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Intervista alla dirigente scolastica del Liceo “Alessandro Manzoni” di Caserta: tra decreto sicurezza, disagio giovanile e il destino civile della scuola
di Carlo Pascarella
C’è una parola che Adele Vairo pronuncia con fermezza, prima ancora che con prudenza: responsabilità. Non quella declinata in chiave punitiva, né la versione burocratica ridotta a sorveglianza e controllo, ma una responsabilità alta, densa, quasi etica, che attraversa la scuola come istituzione e come presidio di civiltà. Nel dibattito acceso sul nuovo decreto sicurezza per le scuole, annunciato dal Governo all’indomani di drammatici episodi di violenza giovanile, la dirigente del Liceo “Manzoni” di Caserta invita a uno sguardo più profondo, meno istintivo, più strutturale.

«Le misure esclusivamente repressive – osserva – rischiano di intervenire sugli effetti, lasciando intatte le cause». È da questa convinzione che prende forma una visione complessa della scuola, non riducibile a recinto blindato, ma chiamata a farsi luogo di ascolto, di prevenzione, di elaborazione culturale. Una visione che affonda le radici in un percorso professionale lungo e autorevole.
Adele Vairo è dirigente scolastica di lungo corso, alla guida del Liceo “Alessandro Manzoni” di Caserta da diversi anni, istituzione divenuta nel tempo un vero e proprio campus educativo, aperto al territorio, alle istituzioni, al mondo della cultura. Presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Presidi, rappresenta un punto di riferimento per la dirigenza scolastica casertana, chiamata quotidianamente a governare complessità crescenti: organizzative, sociali, educative. La sua cifra distintiva è una leadership sobria ma determinata, capace di tenere insieme rigore amministrativo e tensione valoriale.

Dirigere una scuola oggi significa molto più che amministrare: vuol dire tracciare una rotta culturale e civile. Qual è, secondo lei, il compito più alto che una dirigente scolastica è chiamata ad assolvere in questa fase storica così complessa?
«Il compito più alto consiste, senza dubbio, nell’essere un dirigente autentico del servizio pubblico, assumendo il governo di un’istituzione autonoma che eroga istruzione e formazione. Questo implica far funzionare la scuola sotto il profilo organizzativo, amministrativo e didattico, ma anche essere consapevoli di governare un sistema che incide su carne, anima e sangue delle persone. Ci rivolgiamo a giovani in formazione, lavorando con risorse umane che sono docenti e personale, portatori di competenze e sensibilità. È una professione di straordinaria complessità. Il dirigente che intenda assolvere pienamente al proprio ruolo deve essere un servitore leale e intelligente dello Stato, capace di costruire sinergie con il territorio, di ascoltare famiglie e studenti, oggi attraversati da fragilità profonde. Solo così si può erogare un servizio formativo di qualità, una didattica di rango, capace di promuovere ricerca, innovazione, sviluppo e, soprattutto, una solida trama etica e valoriale che diventi il filo conduttore dell’offerta formativa».

Alla luce dei recenti episodi di violenza giovanile e delle nuove norme annunciate dal Governo sulla sicurezza nelle scuole, ritiene che un approccio prevalentemente repressivo sia sufficiente o rischi di non cogliere le radici del problema?
«L’approccio repressivo, se fine a se stesso, è privo di reale efficacia. Interviene su fenomeni spesso imprevedibili, senza rimuoverne le cause profonde. Occorre, invece, un’analisi attenta dei contesti, fondata su un ascolto attivo delle singole realtà scolastiche. È indispensabile agire in sinergia con le famiglie e dotare le scuole di professionalità oggi assenti: psicologi, psicoterapeuti, figure in grado di affiancare la comunità docente nel fronteggiare il disagio giovanile, che è ormai parte strutturale del nostro quotidiano. La scuola deve esserci, vigilare, elaborare alternative, innovare, fare rete con le istituzioni competenti. Ma ridurre il tema della sicurezza al solo metal detector significa semplificare una questione che è, prima di tutto, culturale e sociale».

Dal suo osservatorio privilegiato di presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Presidi, quali sono le criticità più urgenti che i dirigenti affrontano nel territorio casertano?
«Le emergenze principali riguardano proprio la gestione del disagio studentesco in assenza di adeguate risorse professionali di supporto. A ciò si aggiunge il nodo della sicurezza degli edifici: il dirigente è responsabile unico della sicurezza di strutture che, però, dipendono dagli enti locali. Esiste poi il problema della incompletezza degli organici, che alimenta il turnover e indebolisce la continuità didattica. Sullo sfondo permane una concezione dell’autonomia scolastica ancora incompiuta, che i dirigenti vivono sulla propria pelle, anche sul piano della mancata perequazione retributiva e del riconoscimento giuridico delle responsabilità assunte».
Lei guida da anni il Liceo Manzoni, proponendo una scuola aperta al territorio. In che modo l’alleanza tra scuola, comunità e istituzioni può diventare un presidio di crescita democratica?
«L’esperienza del Manzoni dimostra che ciò è possibile. Quando la scuola non viene lasciata sola, ma sostenuta dalle istituzioni, si crea una rete virtuosa capace di arricchire l’offerta formativa e di sostenere famiglie e territorio. La scuola, come ente di promozione culturale, diventa una risorsa aggiuntiva, un volano di crescita civile e democratica, capace di restituire valore all’intera comunità».
Guardando al futuro, che idea di scuola immagina nei prossimi dieci anni? Più normativa o più educativa, più controllata o più responsabilizzante?
«La scuola sarà necessariamente normativa, perché ogni pubblica amministrazione si fonda sulla norma. Tuttavia, accanto all’obbedienza regolativa, deve evolvere come spazio di formazione e cultura, aperto all’innovazione senza smarrire la tradizione. Una scuola capace di rispondere ai bisogni educativi delle famiglie, di sostenere le nuove generazioni, di fare cultura per l’utenza esterna e formazione continua per quella interna, a partire dai docenti. Solo così potrà restare al passo con i tempi».
Nel pensiero di Adele Vairo la sicurezza non è mai un atto isolato, né una misura emergenziale. È un processo lungo, che si nutre di ascolto, competenza e responsabilità condivisa. In un tempo che invoca risposte rapide, la dirigente casertana sceglie la via più esigente: quella della profondità. Perché la scuola, prima di difendersi, deve comprendere. E prima di reprimere, deve educare.






