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Dal suo studio tra Maddaloni e Frattamaggiore, alle aule dei tribunali e ai corridoi delle carceri, il criminologo osserva, analizza e si adopera per prevenire il complesso e spesso silenzioso ciclo della violenza domestica.
di Carlo Pascarella
In un Paese dove la cronaca quotidiana sembra averci resi assuefatti ai drammi domestici, la voce di Alfredo Grado si eleva con una limpida autorevolezza e una rara lucidità analitica. Criminologo clinico di comprovata esperienza e rigore scientifico, Grado opera tra Maddaloni e Frattamaggiore, collaborando con istituzioni penitenziarie di rilievo, quali i carceri di Secondigliano e Carinola, e prestando consulenza all’Autorità Giudiziaria presso il Tribunale di Sorveglianza di Napoli. Il suo lavoro si concentra sulla diagnosi, sull’analisi e sulla prevenzione dei fenomeni di violenza di genere, con particolare attenzione al femminicidio, oggetto di studi approfonditi, osservazioni cliniche rigorose e un costante impegno sul piano sociale e culturale.

«Il femminicidio non si manifesta quasi mai come evento improvviso o frutto di un raptus isolato», spiega Grado con fermezza. «È, piuttosto, l’esito ultimo e drammaticamente prevedibile di un ciclo di violenza articolato e strutturato, che si interrompe solo quando la vittima tenta di liberarsi o quando intervengono familiari, amici o figure di protezione sociale. Non può essere considerato un episodio episodico, ma il culmine di dinamiche psicologiche tossiche, di comportamenti coercitivi e di retaggi culturali profondamente radicati».
Quali fattori psicologici e sociali ritiene più frequentemente alla base dei femminicidi?
«Occorre sottolineare con forza che non si tratta di fatti occasionali di cronaca nera, bensì di fenomeni strutturali e sistemici, nutriti da dinamiche psicologiche distorte, da relazioni disfunzionali e da persistenti retaggi culturali. Il femminicidio rappresenta spesso l’epilogo di un ciclo di violenza ben delineato, la cui interruzione – quando la donna tenta di sottrarsi o di denunciare – può sfociare in un atto estremo. Comprendere questa sequenza è essenziale non solo per la prevenzione, ma anche per decostruire una cultura che normalizza la violenza».

Dal punto di vista psicologico, come si può definire il femminicidio?
«È l’epilogo di una distorsione relazionale profonda, in cui emergono forme di analfabetismo emotivo, incapacità di gestire il rifiuto e di elaborare il lutto. La donna, troppo spesso oggettivata e percepita come proprietà, subisce strategie di isolamento che minano progressivamente la sua autostima, rendendola dipendente e vulnerabile. Questo contesto rende la denuncia non solo difficile, ma spesso impossibile; il silenzio della vittima non va mai interpretato come assenza di violenza, bensì come una risposta forzata a una condizione di oppressione silenziosa».
Può considerarsi femminicidio anche quando la violenza non sfocia nell’omicidio?
«Assolutamente sì. Quando una donna subisce soggiogamento psicologico, privazione della propria autonomia, violenza economica o coercizione emotiva, anche in assenza di un atto omicidiario, ci troviamo comunque di fronte a un femminicidio a tutti gli effetti. La matrice psicologica e sociale è la medesima: un controllo sistematico, spesso invisibile all’esterno, volto ad annientare la persona e la sua capacità di autodeterminazione».
Quanto incidono stereotipi culturali e dinamiche di potere all’interno della coppia?
«Le dinamiche di potere sono determinanti. L’escalation violenta segue generalmente tre fasi: tensione, esplosione e fase di “luna di miele”, in cui l’aggressore manifesta rimorso o affetto apparente. Il femminicidio si verifica quasi sempre quando il ciclo si interrompe o quando la vittima tenta di sottrarsi definitivamente. Gli stereotipi culturali alimentano e legittimano tali comportamenti, ma è la disfunzione del potere relazionale, la volontà di dominio e controllo sull’altro, a costituire l’elemento cruciale».

Quali strumenti preventivi e strategie diagnostiche ritiene più efficaci per intercettare segnali precoci?
«Individuare e intervenire tempestivamente è estremamente complesso, poiché le vittime spesso non denunciano. Oltre agli strumenti giuridici – come il codice rosso – la prevenzione deve fondarsi su una vera e propria reeducazione emotiva: insegnare a gestire il fallimento, a rispettare l’alterità, a riconoscere i segnali di rischio e a sviluppare capacità di relazione empatica con l’altro».
Che ruolo possono avere famiglia e scuola nella prevenzione della violenza contro le donne?
«Fondamentale. L’educazione emotiva e affettiva deve partire dall’infanzia, coinvolgendo sia potenziali vittime sia potenziali autori di violenza. Comprendere e saper gestire emozioni, relazioni e conflitti è l’unico modo per spezzare il ciclo di violenza, prevenendo tragedie che troppo spesso appaiono inevitabili».

Quali riflessioni emergono dal caso Claudio Carlomagno e dalla tragica morte di Federica Torzullo?
«È un episodio emblematico in cui l’incapacità di gestire una relazione fallita ha condotto al femminicidio. La complessità del caso si arricchisce della presenza di un minore testimone della vicenda, la cui protezione e supporto educativo dovrebbero oggi rappresentare una priorità tanto quanto l’azione penale. Il focus non può limitarsi al crimine in sé, ma deve estendersi alle conseguenze psicologiche e sociali sul contesto familiare e comunitario».
Tra i suoi molteplici impegni, Grado mantiene una costante presenza sul territorio campano, conciliando ricerca scientifica, intervento pratico e sensibilizzazione pubblica, dedicandosi all’osservazione e alla prevenzione della violenza sia nelle strutture penitenziarie sia nelle famiglie.
«Ogni femminicidio ha alle spalle una storia unica, fatta di incomprensioni, fallimenti, relazioni disfunzionali e drammatiche escalation emotive. Comprendere queste dinamiche non è solo necessario per la prevenzione, ma costituisce un imperativo etico volto a preservare la vita e la dignità delle donne», conclude Grado.
Un monito alla riflessione che trascende la cronaca, interrogando le fondamenta di una cultura da rieducare, affinché tragedie simili possano essere prevenute e, in futuro, evitate.






