Angela Del Vecchio: «La giustizia non può ridursi a procedura, senza umanità il diritto perde senso»

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Carlo Pascarella

Intervista alla Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere: leadership istituzionale, riforme della giustizia, digitalizzazione, giovane avvocatura e funzione sociale del foro

di Carlo Pascarella

Non tutte le presidenze si misurano con il tempo breve dell’annuncio. Alcune, più rare, si affermano nel tempo lungo della responsabilità, nella continuità delle scelte, nella capacità di attraversare fasi complesse senza smarrire la direzione istituzionale.

La guida di Angela Del Vecchio come Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere appartiene a questa seconda, più esigente, categoria.

La sua elezione, ormai sedimentata nella storia recente del Foro sammaritano, non si è esaurita nel valore simbolico – pur rilevante – di essere stata la prima donna a ricoprire tale incarico. Ha piuttosto segnato l’avvio di una stagione caratterizzata da rigore amministrativo, sobrietà istituzionale e chiarezza di visione, in un contesto territoriale che richiede quotidianamente equilibrio, fermezza e capacità di mediazione.

Santa Maria Capua Vetere rappresenta uno dei Fori di maggiore tradizione del Mezzogiorno, collocato in un’area segnata da profonde contraddizioni sociali, da carichi giudiziari imponenti e da una giustizia spesso messa alla prova da ritardi strutturali. In questo scenario, la presidenza Del Vecchio ha progressivamente assunto il profilo di presidio autorevole, capace di dialogare con le istituzioni senza rinunciare alla funzione critica dell’avvocatura.

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Avvocata di solida formazione, Angela Del Vecchio ha costruito il proprio percorso professionale all’interno del Foro di Santa Maria Capua Vetere, maturando una conoscenza approfondita delle dinamiche giudiziarie e ordinistiche.

Eletta presidente dell’Ordine degli Avvocati, prima donna nella storia dell’istituzione, esercita il mandato con continuità e senso della misura, affrontando una delle fasi più complesse per la giustizia italiana: riforme stratificate, digitalizzazione accelerata, crisi della giovane avvocatura e ridefinizione dei rapporti tra avvocatura, magistratura e cittadinanza.

La sua elezione ha rappresentato una discontinuità storica per il Foro di Santa Maria Capua Vetere. Oggi, a distanza di tempo, come interpreta quel passaggio?
«Ritengo che abbia segnato il superamento di una soglia culturale. Non un evento isolato, ma l’espressione di una volontà di cambiamento fondata sulla competenza, sulla visione e sulla capacità di governo dell’istituzione».

L’avvocatura è finalmente pronta a riconoscere il merito come valore prevalente rispetto alle tradizionali logiche di appartenenza?
«Il percorso è avviato, ma non può dirsi concluso. A livello nazionale vi sono segnali incoraggianti, con una presenza femminile crescente nei ruoli apicali, tuttavia il pieno superamento di certe dinamiche richiede ancora tempo e consapevolezza».

Guidare un Consiglio dell’Ordine significa tenere insieme sensibilità, generazioni e percorsi differenti. Qual è l’equilibrio più complesso da mantenere?
«La capacità direzionale. Il Consiglio dell’Ordine è un ente pubblico non economico, una macchina amministrativa che deve muoversi nel rigoroso rispetto della legge, ma anche rispondere alle esigenze di tempestività e chiarezza proprie del nostro tempo».

Quanto incide la funzione istituzionale del presidente sulla vita quotidiana del Foro?
«Incide in modo determinante. Il presidente rappresenta l’avvocatura verso l’esterno, ma deve anche interpretarne le istanze interne, ricordando che l’avvocato svolge una funzione sociale essenziale nella tutela dei diritti del cittadino».

Giustizia digitale e riforma Cartabia: sotto la sua presidenza l’Ordine ha espresso posizioni critiche. Dove si colloca il rischio principale?
«Il rischio è confondere l’innovazione con la compressione delle garanzie. Le riforme sono intervenute prima che il sistema giudiziario fosse pienamente informatizzato. La digitalizzazione è uno strumento, non un fine».

Costruzioni Laziali

L’abuso delle note scritte ha modificato la fisionomia del processo?
«Ha ridotto l’interlocuzione diretta, impoverendo il contraddittorio. L’avvocato ha bisogno del confronto in udienza, del dialogo con il magistrato e con la controparte. Senza questo, il processo perde profondità e umanità».

Intelligenza artificiale e giustizia predittiva: quale approccio dovrebbe adottare l’avvocatura?
«Un approccio critico e consapevole. L’intelligenza artificiale può supportare l’attività giuridica, ma non può sostituire la decisione umana, che nasce da una motivazione e da una responsabilità personale».

La giovane avvocatura vive una condizione di precarietà economica e identitaria. Quali interventi ritiene imprescindibili nel territorio casertano?
«Una giustizia che non funziona genera povertà professionale. I ritardi nei depositi delle sentenze, soprattutto presso i giudici di pace, bloccano i compensi e spingono i colleghi più fragili verso l’abbandono della professione».

In un contesto territoriale complesso, quale ruolo deve assumere l’avvocatura?
«Un presidio costante di legalità. Attraverso la presenza nelle scuole, il dialogo con le istituzioni e il lavoro sul territorio, l’avvocatura riafferma il valore dei principi costituzionali e della tutela dei diritti».

Il lavoro del Comitato Pari Opportunità in seno al Foro ha prodotto un cambiamento reale?
«Non ravviso resistenze diffuse nel Foro sammaritano. Il dato elettorale ha espresso chiaramente la volontà di una svolta».

Guardando oltre il Foro sammaritano, quali sono le priorità non più rinviabili per l’avvocatura italiana?
«Una riforma seria della giustizia passa dall’abrogazione della riforma Cartabia, come richiesto dall’avvocatura nazionale. Solo così si può ricostruire un equilibrio autentico del sistema».

In vista del referendum sulla giustizia, qual è il suo pensiero personale?
«Credo in una magistratura libera, scevra da ogni condizionamento politico e correntizio. La credibilità della giustizia è la garanzia primaria per il cittadino. Personalmente sono favorevole a una separazione che rafforzi l’indipendenza del giudizio».

L’intervista ad Angela Del Vecchio restituisce il profilo di una presidenza che rifugge le semplificazioni e rivendica la complessità. Nelle sue parole emerge una visione della giustizia come spazio umano prima ancora che procedurale, come luogo di equilibrio tra regole e coscienza, tra innovazione e garanzie.

In un tempo in cui il diritto rischia di diventare algoritmo e statistica, la sua esperienza riafferma un principio essenziale: la giustizia vive nella responsabilità di chi la amministra e nella dignità di chi la esercita. Ed è forse proprio da Fori come Santa Maria Capua Vetere che può ripartire un dibattito nazionale capace di restituire alla giustizia italiana autorevolezza, credibilità e fiducia.

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