Borsellino, l’agenda sparita e la fretta di archiviare

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L’editoriale del direttore 

Sapete qual è la parte più straordinaria della storia d’Italia? Che non serve inventare nulla. Non servono i romanzi di spy-story, non servono le fantasie dei complottisti. Bastano i verbali. Bastano le date. Bastano le sentenze.

Prendete la storia della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. Quella sparita nel nulla dal fumo di via D’Amelio il 19 luglio 1992, mentre qualche passante in giacca e cravatta si aggirava tra le lamiere ancora calde con la borsa del magistrato in mano. Da trentaquattro anni tutti cercano l’agenda rossa. Ma l’impressione, carte alla mano, è che mentre l’opinione pubblica guarda il dito dell’agendina, qualcuno ci stia nascondendo la luna del fascicolo.

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Sì, perché nelle sue ultime e drammatiche settimane di vita, Paolo Borsellino non stava semplicemente inseguendo i soliti boss di Corleone. Stava facendo di peggio: stava mettendo le mani nel pilastro del potere politico-affaristico italiano. Stava rilanciando un’inchiesta esplosiva, il dossier “mafia-appalti”, redatto dai carabinieri del ROS di Mario Mori e Giuseppe De Donno. Un’indagine che raccontava una cosa semplicissima: Cosa Nostra non era un fenomeno di cavernicoli con la coppola e il lupara, ma il braccio armato di un tavolone rotondo a cui sedevano, in perfetta armonia, imprenditori nazionali “sopra ogni sospetto” e pezzi da novanta della politica. Il 25 giugno 1992, Borsellino incontra riservatamente i due ufficiali del ROS al Municipio di Palermo e dice loro: andiamo avanti, riferite direttamente a me.

E qui la cronologia si fa da brividi. Date documentate, non opinioni:

13 luglio 1992: La Procura di Palermo firma una richiesta di archiviazione parziale di quel filone d’indagine.

19 luglio 1992: Via D’Amelio. Una tonnellata di tritolo spazza via Paolo Borsellino e gli agenti della scorta.

22 luglio 1992: Appena tre giorni dopo il boato, mentre si devono ancora celebrare i funerali, quella richiesta di archiviazione arriva puntuale sul tavolo del GIP. Casualmente, in tutta fretta.

Poi è iniziato lo spettacolo del “più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana”. Parola dei giudici, mica nostra. Un finto pentito fabbricato a tavolino (Vincenzo Scarantino), sette poveri cristi innocenti condannati all’ergastolo, una pista fasulla servita su un piatto d’argento a giornali e tv per chiudere l’inchiesta e rassicurare il Paese: “Tranquilli, sono stati i soliti mafiosi della Borgata”.

Nel 2026 la Corte d’Appello – mettendo nero su bianco la verità su quel depistaggio costato decenni di bugie – ha scritto chiaramente che quella deviazione di massa serviva a coprire e tutelare “interessi esterni” a Cosa Nostra. Tradotto per i non addetti ai lavori: la mafia ha messo l’esplosivo, ma la regìa parlava l’italiano delle istituzioni. E poche settimane dopo, cos’è successo? La Cassazione ha calato definitivamente il sipario, chiudendo le indagini sui mandanti esterni. Capitolo chiuso, tutti a casa.

Così oggi, a trentaquattro anni di distanza, assistiamo al consueto, nauseante teatrino: i soliti partiti che si accapigliano a favore di telecamera per decidere chi ha il diritto di mettere il proprio cappello sulla memoria di Borsellino, chi è più “antimafioso” dell’altro e chi può fare la sfilata alla commemorazione ufficiale.

Eppure, a spegnere i riflettori delle passerelle, resta lì piantata un’unica, enorme, irrisolta domanda scomoda. Se per trent’anni è stato messo in piedi un depistaggio così diabolico e sofisticato, che non serviva a proteggere i soliti quattr’ottusi corleonesi… chi c’era seduto a quel tavolo che bisognava proteggere a tutti i costi?

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