Cassino allo sbando: la Scafatese cala il tris, Mancone non ne azzecca una

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Domenico Panetta
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Sessanta minuti di nulla, novanta di agonia. Non è l’inizio di un nuovo cinepanettone, anche se la trama del Cassino attuale somiglia maledettamente a una commedia dell’assurdo. La Scafatese banchetta sulle macerie di una squadra senza anima, affossando gli azzurri con un 3-0 che non ammette repliche e che certifica una crisi d’identità ormai irreversibile.

Il tracollo: Convitto apre, D’Ambros chiude. La cronaca è un bollettino di guerra. Al 24’ del primo tempo Convitto sblocca la pratica, mettendo a nudo le solite fragilità di un modulo che continua a fare acqua da tutte le parti. Il Cassino resta a guardare, incapace di imbastire una reazione degna di questo nome. Nella ripresa, sale in cattedra D’Ambros, che con una doppietta d’autore (64’ e 75’) trasforma la partita in un allenamento agonistico per i campani.

Nemmeno nel mitico film “Mezzodestro e Mezzosinistro” di Gigi e Andrea si vedeva un’anarchia tattica di questo livello. Lì, almeno, si rideva; qui, tra i tifosi del Cassino, c’è solo voglia di piangere.

Siamo onesti: il problema è nel manico. Il tecnico Mancone sembra aver perso completamente la bussola. Si ostina a proporre un calcio di costruzione che la squadra non può permettersi e una fase difensiva che definire colabrodo è un complimento. Retrocedere fa male, ma farlo senza mai lottare, senza un’identità e senza un briciolo di orgoglio, è un insulto alla piazza.

L’analisi amara: Una squadra che vuole salvarsi deve avere chi la butta dentro. Il concetto è elementare: dall’altra parte ci sono due pali, una traversa e una rete. Il pallone deve finire lì. Punto.

La gestione della rosa grida vendetta. Si cede chi segna, si trattiene chi la porta non la vede nemmeno con il binocolo. Sorrentino ne è l’emblema: un giocatore che vaga per il campo dimostrando, domenica dopo domenica, che questa categoria non gli appartiene. Se non segni, non vinci. E se non vinci, sprofondi.

È davvero sconcertante assistere a questo lento suicidio sportivo. Perfino nei peggiori film di Natale si ha la bontà di immaginare un lieto fine, una salvezza miracolosa. Ma qui la realtà supera la finzione e il finale sembra già scritto.

L’unica carta rimasta sul tavolo, l’ultima speranza per evitare il baratro, è il cambio della guida tecnica. Serve una scossa, serve un’identità di gioco, serve qualcuno che ricordi a questi ragazzi che per salvarsi bisogna correre, lottare e, soprattutto, segnare. Altrimenti, il sipario calerà molto prima del previsto.

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