Di fronte alla crisi della politica, un “dialogo impossibile” con Enrico Berlinguer

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Domenico Panetta
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Esistono figure storiche che non finiscono negli archivi, ma rimangono sospese come domande inevase. In un’Italia che naviga a vista tra l’astensionismo record e una comunicazione politica ridotta a slogan di poche ore, il nome di Enrico Berlinguer torna a circolare non come feticcio nostalgico, ma come termine di paragone etico.

Cosa direbbe il segretario del “compromesso storico” e della “questione morale” osservando i banchi di un Parlamento svuotato di peso decisionale? Come giudicherebbe una società dove la precarietà non è più un’eccezione ma la norma, e dove la partecipazione popolare si è spostata dalle sezioni ai server di una piattaforma social?

Abbiamo immaginato di inviare una lettera oltre il confine del tempo, portando sul tavolo di Berlinguer i nodi irrisolti del 2026: dalla frammentazione del lavoro alla crisi ambientale, fino alla perdita di quel “sentire comune” che un tempo rendeva la politica una forma di pedagogia civile.

Caro Enrico,

mi scuserai se mi rivolgo a te con questa confidenza, ma la tua immagine — quel misto di rigore morale e malinconia profonda — continua ad abitare i pensieri di chi, in Italia, cerca ancora una bussola. Ti scrivo dal 2026, un’epoca che probabilmente faticheresti a riconoscere, eppure stranamente simile a quella “notte della Repubblica” che hai attraversato con tanta dignità.

Se oggi potessi posare lo sguardo sul nostro Paese, credo che la prima cosa a colpirti non sarebbe la tecnologia o i palazzi, ma il silenzio delle piazze. Quella partecipazione popolare che per te era linfa vitale si è trasformata in una rassegnata astensione. Metà dei cittadini non vota più; la politica non è più un atto collettivo di riscatto, ma spesso una gestione del presente senza visione del futuro. Ecco come appare l’Italia di oggi rispetto ai tuoi pilastri:

Avevi ragione, Enrico. La corruzione non è rimasta un fatto episodico di “bustarelle”, ma si è strutturata come un’occupazione delle istituzioni da parte dei centri di potere economico. Oggi la politica insegue il consenso immediato dei social media, mentre il confine tra interesse pubblico e privato è diventato pericolosamente fluido. La tua lezione sulla politica come servizio e pulizia è più attuale che mai, ora che l’etica sembra un lusso d’altri tempi.

Il mondo del lavoro che conoscevi è frammentato. Non ci sono più le grandi tute blu delle fabbriche, ma un esercito di lavoratori precari, giovani costretti all’emigrazione e “working poor” che, pur lavorando, non riescono a uscire dalla povertà. La parola “giustizia sociale” è spesso sostituita da “efficienza”, e il divario tra chi ha troppo e chi non ha nulla si è allargato in modo osceno, proprio come temevi quando parlavi di austerità come occasione per trasformare il modello di sviluppo.

In un mondo scosso da nuovi conflitti ai confini dell’Europa, quel tuo “strappo” da Mosca e la ricerca di una via autonoma, democratica e pacifica al socialismo sembrano profezie dimenticate. Oggi l’Europa fatica a trovare una voce unitaria che non sia solo economica, e il sogno di un continente che sia ponte di pace appare fragile sotto il peso dei nazionalismi risorgenti.

Ci mancano i tuoi “pensieri lunghi”. Oggi tutto è breve: il post su internet, la promessa elettorale, la durata di un governo. Manca quella capacità di guardare a vent’anni di distanza, di capire che la democrazia o è progressiva o è destinata a inaridirsi.

Non so cosa diresti oggi dal palco di Piazza San Giovanni. Forse ci guarderesti con quel tuo sorriso lieve e ci ricorderesti che “casa per casa, strada per strada”, la politica deve tornare a parlare alle persone, non solo di loro.

Con immutata stima e un pizzico di nostalgia,

Un cittadino del futuro

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