Don Tonino Palmese: «Mai dimenticare, mai rinunciare alla dignità»

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Carlo Pascarella

Un monito potente sulle vittime della camorra di Napoli e Caserta, il valore insopprimibile della memoria

di Carlo Pascarella

In una Napoli che cerca riscatto, dove l’ombra della criminalità organizzata ha segnato per decenni esistenze, famiglie, strade e comunità, oggi risuona una voce che richiama con forza la dignità delle vittime come cuore di ogni autentico cammino di civiltà. Don Tonino Palmese, sacerdote, studioso e animatore instancabile di percorsi di giustizia, non elude il dolore né si rifugia nel facile pietismo: invita a guardare la ferita per curarla e rendere umana ogni forma di pena, non mero strumento di disciplina sociale.

Don Tonino Palmese è sacerdote cattolico, docente universitario e attivista sociale, noto per il suo impegno nel campo della giustizia riparativa, dei diritti umani e della memoria civile. Laureato in Lettere e Filosofia, ha combinato la formazione teologica con una profonda attenzione alle dinamiche sociali e alle vittime della criminalità organizzata, soprattutto nelle province di Napoli e Caserta.

Da oltre vent’anni si dedica a sostenere le famiglie delle vittime innocenti di criminalità, promuovendo percorsi di accompagnamento emotivo, culturale e civile. È stato tra i fondatori della Fondazione Polis di Napoli, che si occupa di giustizia liberativa e dialogo tra vittime e persone detenute, favorendo incontri che permettono il recupero della dignità e la costruzione di una coscienza civile condivisa.

Attualmente ricopre il ruolo di Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Napoli, dove lavora per promuovere la dignità dei detenuti, l’accesso a laboratori culturali, corsi di studio e percorsi universitari dentro gli istituti penitenziari. La sua attività si distingue per il tentativo di armonizzare il bisogno di giustizia delle famiglie colpite dalla violenza con la necessità di offrire percorsi di responsabilità e cambiamento a chi ha commesso reati, secondo un approccio ispirato ai valori del Vangelo e della Costituzione.

Il suo lavoro si estende anche alla sensibilizzazione dei giovani, alla lotta contro la cultura mafiosa e alla promozione di una memoria civile che sia antidoto alla paura e alla rassegnazione. Don Palmese è riconosciuto come figura chiave per il dialogo tra istituzioni, società civile e comunità colpite dalla criminalità, incarnando un modello di impegno pastorale, sociale e civile che fonde spiritualità e pragmatismo civico.

Don Tonino, quali sono oggi, dentro gli istituti penitenziari cittadini, le priorità più urgenti che ha individuato come Garante dei diritti delle persone detenute del Comune di Napoli? Oppure, quali segnali di cambiamento intravede nel dialogo con le istituzioni?
«In primo luogo, dobbiamo ripensare la pena oltre l’identificazione del carcere come unica risposta. La privazione della libertà non può restare l’unica dimensione di giudizio, ma deve essere inserita in un disegno di rieducazione autentica. Le luci ci sono: laboratori, corsi di studio e persino un polo universitario testimoniano che non siamo allo zero assoluto, ma su un cammino in cui si promuovono percorsi culturali e lavorativi. Tuttavia le ombre sono dolorose, prime fra tutte il sovraffollamento e la vetustà delle strutture: condizioni che offendono la dignità umana nei gesti più elementari del vivere».

Lei ha affermato che il carcere non può essere un luogo di mera espiazione. Quali iniziative concrete si stanno promuovendo perché questa visione diventi pratica reale nel Comune di Napoli?
«Il mio ruolo non è di gestione, ma di partecipazione ai tavoli in cui si traducono visioni in concretezza. Con la Fondazione Polis, ad esempio, abbiamo avviato un percorso di giustizia liberativa che coinvolge non solo progettazione ma pratica. Familiari delle vittime e persone detenute partecipano insieme a iniziative di condivisione: un’esperienza che permette l’avvicinamento di due mondi segnati dal dolore, affinché escano dalla disperazione e sperimentino la prossimità reciproca. È un passo civile che riflette la dignità costituzionale in azione».

Lei è da anni accanto alle famiglie delle vittime innocenti della criminalità. Che volto ha oggi il loro dolore, nelle province di Napoli e Caserta? Quali ferite restano aperte?
«Se interrogassimo la filosofia diremmo che la ferita è ontologica, inevitabile e per sempre viva. Molti familiari sostengono che il vero ergastolo non è quello dei detenuti, ma il loro: un convivere perpetuo con la perdita innocente. Ciò detto, ciò che è nato negli anni – da un gruppo di persone che cercavano risposte a una comunità consolidata di uomini e donne – non è solo memoria ma impegno politico e sociale per verità, giustizia e partecipazione civile. Questa comunità resiste, si incontra e rivendica insieme dignità e memoria, combattendo l’oblio che favorisce rassegnazione e paura».

Lei parla di memoria come antidoto. In che senso questa memoria diventa pratica sociale, e non semplice ricordo privato?
«La memoria non è la soluzione, ma è un potente antidoto alla subalternità culturale e alla paura. Se si abbandona la memoria, si abdica alla sudditanza, alla rimozione di verità e responsabilità. La memoria, se vissuta, può trasformarsi in impegno civico, in una politica trasparente che consenta ai cittadini di partecipare senza accettare i luoghi comuni secondo cui la politica sarebbe “cosa sporca”. In realtà, rinunciare a partecipare significa essere complici di quella sporcizia che vogliamo contrastare».

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Nel suo percorso pastorale e civile, come si armonizzano il bisogno di giustizia delle famiglie colpite dalla violenza criminale e la necessità di offrire ai responsabili dei reati percorsi di responsabilità e cambiamento?
«Non esiste disaccordo tra il Vangelo e la Costituzione: entrambe richiedono verità e misericordia. Misericordia non vuol dire rimuovere responsabilità, ma accompagnare percorsi di riconciliazione e restituzione di dignità. L’incontro tra vittima e autore di reato non è una redenzione magica, ma un’opportunità per spezzare l’odio reciproco e favorire una crescita umana che trascende la logica punitiva fine a se stessa».

Nella sua sintesi avvolta da una limpida tensione etica, Don Tonino ci invita a guardare alla pena come possibilità di conversione sociale, e alla memoria come impegno collettivo di verità. In un tempo in cui le cicatrici della criminalità organizzata persistono nelle pieghe di comunità intere, la sua voce non è un richiamo alla nostalgia, ma un progetto di umanità da costruire, pietra dopo pietra, dignità dopo dignità.

 

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