I soliti ignoti del Bancomat e Il club della penna stilografica

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L’editoriale del direttore – La voce scomoda

C’è una differenza sostanziale tra una cospirazione da romanzetto di terz’ordine e un’operazione di alta finanza: la prima ha bisogno dell’oscurità per nascondere la trama, la seconda per nascondere gli autori.

Prendete il novembre del 1910. Sei signori molto distinti sbarcano in gran segreto su un’isola della Georgia, all’interno di un tranquillo club di caccia, formalmente per massacrare qualche anatra. Per non correre rischi, nell’uso comune della servitù si chiamano solo per nome di battesimo. Negheranno quell’incontro per i successivi vent’anni, fino agli anni Trenta (oggi a raccontarlo con un certo compiacimento è la stessa Federal Reserve sul suo sito ufficiale). Al tavolo, sotto le spoglie di provetti cacciatori, siedono il senatore Nelson Aldrich, presidente della commissione monetaria, e i vertici assoluti dell’oligarchia finanziaria dell’epoca: gli uomini di J.P. Morgan, della National City Bank, della Kuhn, Loeb & Co. Non si sono riuniti per giocare a carte, ma per scrivere di proprio pugno lo statuto della banca centrale americana.

Ora, la domanda sorge spontanea: perché tanta messinscena? L’idea di creare una banca centrale non era un tabù; se ne discuteva liberamente in Congresso da anni. Il segreto, dunque, non era il cosa, ma il chi.

La conferma arriva puntuale nel 1911: non appena la bozza esce allo scoperto sotto il nome di “Piano Aldrich”, viene immediatamente incenerita dal dibattito pubblico perché bollata per quello che era: il piano dei banchieri per i banchieri. Ecco svelato il mistero dell’isola di Jekyll: non andava nascosta l’idea, andava nascosta la mano che la scriveva. Se la gente capisce che la legge sulla moneta la stabilisce chi sulla moneta deve lucrare, il giochino si rompe.

Un secolo dopo, la farsa è arrivata a compimento. Nel 2014, in un documento ufficiale della Bank of England passato quasi sotto silenzio nei telegiornali della sera, i tecnocrati di Londra hanno finalmente messo a verbale la favola con cui ci hanno cullato per decenni: la gran parte della moneta in circolazione non la crea lo Stato con le sue rotative, ma le banche commerciali ogni volta che erogano un prestito. Il prestito crea il deposito. Dal nulla. Con un clic sul computer.

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Nel 1910 ci voleva una penna per scrivere lo statuto della banca centrale; oggi basta una tastiera per digitare un numero e creare denaro a debito. Chi ha la facoltà di creare la moneta esercita un potere enorme, che precede qualsiasi legge di mercato o di scambio: decide chi la riceve, a che prezzo e, soprattutto, per primo.

Quando vi spiegano che “non ci sono i soldi” per la sanità, le scuole o i servizi, vi stanno semplicemente depistando. La vera domanda da porre a questa gente non è mai quanti soldi ci sono in cassa. La domanda vera, l’unica che li fa tremare, è: chi tiene la penna?

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