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L’editoriale del direttore
Ah, la P2! Quante anime candide, ogni volta che si nomina il Venerabile Licio Gelli e la sua allegra brigata di ministri, generali, banchieri e giornalisti con il grembiulino, si affrettano a sfoderare il dogma dei dogmi: “Ma la maggior parte di loro non è mai stata condannata per cospirazione politica!”. Sentenza passata in giudicato, fine della discussione, tutti riabilitati e baciati sulla fronte.
Peccato che la verità sia enormemente più interessante – e più inquietante – di una banale fedina penale rimasta (miracolosamente) pulita. Gli uomini della prima e della seconda ora non sono scampati alle condanne perché innocenti, ma perché il loro piano per condizionare l’Italia era stato progettato, fin dal primo rigo, per non configurarsi come reato.

Il celebre Piano di Rinascita Democratica attribuito a Gelli non era il delirio notturno di quattro cospiratori nostalgici con la bava alla bocca. Al contrario, era un documento freddo, asettico, quasi manageriale. Una sorta di manuale d’istruzioni per una ristrutturazione aziendale applicata allo Stato. E la vera genialità del piano – il suo aspetto più sottile e mefistofelico – sta tutta nella tecnica di scrittura. Cinque regole auree per fare un golpe senza che nessun magistrato possa contestarti un codice penale alla mano.
1. La negazione preventiva
Prendete nota, perché questa è scuola. Il testo si apre con una rassicurante dichiarazione di fedeltà alle istituzioni: si esclude categoricamente “ogni intenzione occulta di rovesciamento del sistema”. Si parla, con toni quasi lirici, di un governo “non autoritario, ma autorevole”. Chi potrebbe mai opporsi? È l’astuzia del borseggiatore che, mentre ti sfila il portafoglio, ti tiene un sermone sull’onestà. Solo che, subito dopo aver rassicurato il lettore, il testo propone di ampliare a dismisura i poteri della polizia e dei servizi di sicurezza. Ma con “autorevolezza”, s’intende.
2. L’eufemismo terapeutico
Nel vocabolario della P2 le parole sgradevoli non esistono. Sotto la penna di Gelli e soci, corrompere un politico o comprare un giornale diventa “acquisire con strumenti finanziari”. Occupare militarmente le istituzioni repubblicane per piazzarvi i propri fedelissimi viene elegantemente ribattezzato “rivitalizzare”. Capito il trucco? Se un magistrato intercetta quella carta, legge di un piano per “rivitalizzare il Paese” attraverso “strumenti finanziari”. E come fai a incriminarli? Al massimo gli dai un premio per l’efficienza aziendale.
3. Lo scudo costituzionale
Questa è la mossa più raffinata: agganciare ogni deviazione democratica a un articolo della Costituzione. Il Piano non propone di stracciare la Carta del 1948 – operazione rozza e da dittatura sudamericana – ma di usarne le stesse regole per svuotarla dall’interno. Ogni mossa, ogni riforma volta a concentrare il potere nelle mani di pochi viene giustificata come l’applicazione “più coerente” dello spirito dei Padri Costituenti. La Costituzione usata come scudo umano per proteggere chi la sta smantellando.
4. La compartimentazione
Come si reclutano i complici? Certamente non organizzando oceaniche assemblee di congiurati. Il Piano mette nero su bianco che i giornalisti da avvicinare e arruolare nelle varie redazioni vadano selezionati e gestiti “in modo che nessuno sapesse dell’altro”. Ogni pedina doveva rimanere rigorosamente isolata. In questo modo, se anche un singolo tassello fosse saltato, l’intero mosaico sarebbe rimasto invisibile. E in tribunale, ogni giornalista avrebbe potuto giurare, con la mano sul cuore, di aver agito in totale autonomia e in perfetta buona fede.
5. La frammentazione della responsabilità
È il colpo di grazia al sistema giudiziario. Prendete i singoli ingredienti del piano: finanziare un partito (lecito, o comunque derubricabile a lobbismo), assumere un giornalista gradito (libero mercato), proporre una riforma della giustizia per limitare il potere dei magistrati (legittima iniziativa politica). Presi singolarmente, nessuno di questi elementi costituisce un reato. Il disegno eversivo emerge solo guardando l’opera nel suo insieme. Ma provate voi, in un’aula di tribunale, a dimostrare l’esistenza di un’associazione sovversiva basandovi su una somma di comportamenti che, presi uno a uno, sono perfettamente legali. È praticamente impossibile.

La lezione più scomoda – e purtroppo attualissima – che ci lascia la P2 è proprio questa: il potere più insidioso non ha bisogno di violare la legge.
Gli basta scriverla, o interpretarla, in modo tale da non poter mai essere seduto sul banco degli imputati. Ieri si chiamava Piano di Rinascita Democratica; oggi, guardando certe riforme della giustizia e certi assetti radiotelevisivi, sembra semplicemente il verbale del Consiglio dei Ministri.






