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L’editoriale del direttore
di Domenico Panetta
C’è un automatismo sottile, quasi rassicurante, che scatta ogni volta che una piazza si riempie o una voce si alza fuori dal coro: la ricerca del capro espiatorio. Non importa quale sia l’oggetto della contesa — che si parli di riforme sociali, crisi climatica o diritti civili — il copione mediatico e politico segue una partitura vecchia quanto il mondo: lo spostamento dell’attenzione dal “perché” si manifesta al “come” lo si fa.

Il dissidente, per definizione, è colui che interrompe il flusso. Disturba il traffico, rallenta la produzione, scuote le coscienze sopite davanti al telegiornale. Ed è proprio in quel disturbo che si annida la colpa. Invece di analizzare le radici del malessere, il dibattito pubblico si arena spesso sulla “forma”: il tono troppo acceso, lo slogan scomodo, il disagio arrecato alla cittadinanza.
Si finisce così per trasformare chi esprime un disagio nel responsabile del disagio stesso. Se l’economia rallenta, è colpa degli scioperi; se la viabilità è nel caos, è colpa dei manifestanti. È un ribaltamento logico magistrale: l’effetto viene spacciato per causa, assolvendo il potere dalle proprie inerzie.

Esiste oggi una pressante richiesta di un dissenso “educato”, quasi invisibile. Una protesta che non sporchi, non urli e, possibilmente, non occupi spazio pubblico. Ma un dissenso che non disturba è, per natura, un dissenso che non esiste.
Colpevolizzare chi manifesta significa ignorare che la protesta è il termometro di una democrazia, non la sua malattia. Quando il termometro segna la febbre, prendersela con lo strumento non farà guarire il paziente.
Oltre alla colpa logistica, c’è quella morale. Il dissidente viene spesso dipinto come un “agitatore professionale”, un ingenuo manipolato da forze oscure o, peggio, un nemico del progresso. Questa narrazione serve a uno scopo preciso: disumanizzare la protesta per non doverne discutere i contenuti. Se chi urla è “colpevole” di essere irragionevole, allora non siamo tenuti ad ascoltare ciò che ha da dire.
Una società che punta il dito contro chi scende in strada è una società che ha paura dello specchio. Dare la colpa ai dissidenti è la via di fuga più breve per chi non vuole affrontare la complessità dei problemi.
Il vero rischio non è il rumore di chi manifesta, ma il silenzio rassegnato di chi smette di farlo. Perché quando spegneremo anche l’ultima voce fuori dal coro, non avremo l’ordine, avremo solo un deserto chiamato consenso.






