- Il grande inganno del cantiere eterno: la politica passa, la torta resta - 11 Agosto 2026; 08:00
- Caso Remat, il Comitato San Giorgio prima di tutto fa il punto sui campionamenti: «Dati sotto i limiti, ma l’attenzione resta alta» - 9 Agosto 2026; 08:49
- INCENDIO RE.MAT. LAZIO SPA: ESCLUSO L’INQUINAMENTO DEI TERRENI. MIGLIORELLI: «ORA FOCALIZZIAMOCI SU TUTELA DEL LAVORO E BONIFICA» - 8 Agosto 2026; 19:00
Rubrica del direttore “Coglioni, ma non troppo”
Ci sono momenti in cui la storia patria somiglia a un film di gangster di quart’ordine, dove i cattivi non usano i passamontagna ma indossano impeccabili abiti gessati, parlano un inglese impeccabile con accento di Wall Street e brandiscono come armi dei misteriosi acronimi.

Prendete il 2011. Un anno memorabile. L’anno in cui gli italiani scoprirono una parola fino ad allora riservata ai cultori della fuffa finanziaria: lo Spread. Improvvisamente, la vita di 60 milioni di cittadini dipendeva da un termometro impazzito che misurava la distanza tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi. Superata quota 500 punti, scatta il panico generalizzato.
I talk show si trasformano in bollettini di guerra, i talk-shwaroli di regime iniziano a sudare freddo in diretta e i mercati – questa entità astratta che nei retroscena dei giornaloni assume sempre le sembianze di una divinità pagana da placare con sacrifici umani – decretano che l’Italia è sull’orlo del baratro.

In questo clima da fine del mondo, entrano in scena le Tre Sorelle. No, non la commedia di Cechov, ma il trio delle meraviglie del capitalismo globale: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. Le agenzie di rating. Per i non addetti ai lavori: il rating dovrebbe essere una pagella neutrale, un voto sul rischio finanziario di uno Stato. Più il voto è basso, più lo Stato è considerato un cattivo pagatore, più aumentano gli interessi che dobbiamo sborsare per farci prestare i soldi. Lineare, no?
Peccato che nel meccanismo ci sia un piccolo, trascurabile dettaglio da pervenuti del diritto: queste agenzie sono società private e vengono pagate dagli stessi soggetti che devono valutare. È il meraviglioso mondo del conflitto di interessi elevato a sistema globale. Immaginate un arbitro di Serie A stipendiato direttamente dalla Juventus o dall’Inter che deve fischiare un rigore al novantesimo. Ecco, più o meno siamo lì.

Nel frattempo, per non farsi mancare nulla, da Francoforte arriva la famosa “letterina” della BCE, firmata all’epoca da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet. Una lista della spesa di riforme lacrime e sangue spedita al governo in carica. Pochi mesi dopo, il governo Berlusconi IV (che pure di guai suoi ne aveva a bizzeffe, tra olgettine e leggi ad personam) capitola sotto i colpi dei mercati. Al suo posto, tra gli applausi scroscianti dei mercati e i sospiri di sollievo del Quirinale, arriva il “Salvatore della Patria”, l’algido professor Mario Monti, direttamente dai salotti buoni della Trilaterale e della Goldman Sachs.
I benpensanti, i costituzionalisti da salotto e i custodi dell’ortodossia neoliberista vi racconteranno che si è trattato di una “normale risposta a una grave crisi finanziaria”. Che i mercati hanno semplicemente preso atto della nostra inaffidabilità. Insomma, la colpa è sempre nostra che abbiamo vissuto “al di sopra dei nostri mezzi”. Ma fateci il piacere.

La vera questione non è se tre società di New York abbiano ordito un complotto per rovesciare un governo eletto (il che presupporrebbe una finezza politica che spesso questi tecnocrati non possiedono). La questione è molto più profonda, e riguarda la sovranità democratica ridotta a carta straccia. Ci hanno sempre venduto il rating come un termometro oggettivo. Ma il termometro si limita a misurare la febbre, non la provoca. Le agenzie di rating, invece, fanno entrambe le cose. Prima decidono che hai la febbre, poi ti declassano, facendo così impennare gli interessi e realizzando, di fatto, la loro stessa profezia. Si chiama “profezia che si autoavvera”: ti dico che fallirai, ti aumento i costi per non farti fallire, e alla fine fallisci davvero. O, se ti va bene, devi consegnare le chiavi di Palazzo Chigi al primo tecnocrate di passaggio gradito ai mercati.
Allora la domanda finale, che i grandi economisti d’accademia evitano accuratamente di porsi, resta lì, enorme e imbarazzante: questi signori misurano semplicemente il rischio… o contribuiscono scientificamente a crearlo per conto terzi? A giudicare da com’è andata, la risposta ce l’abbiamo già in tasca. Insieme a qualche miliardo di euro in meno.






