IL PIANO DI RINASCITA (ELETTORALE)

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Domenico Panetta
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L’editoriale del direttore – Prendete una valigia, un doppiofondo ben nascosto e l’aeroporto di Fiumicino. Anno Domini 1982. La Guardia di Finanza perquisisce la figlia di Licio Gelli e trova quattro foglietti stropicciati. Nome in codice: “Piano di Rinascita Democratica”. Non un romanzo fantasy di Stephen King, né un’allucinazione esoterica, ma una lucida lista della spesa stilata con la precisione maniacale di un ragioniere della loggia P2. Gli obiettivi? Tre, semplici semplici: addomesticare l’informazione, svuotare il Parlamento per blindare l’Esecutivo, e mettere le briglie alla Magistratura.

Quarantaquattro anni dopo, siamo ancora qui a fare i conti con lo stesso spettro. Solo che oggi non servono cappucci, grembiulini, riunioni clandestine all’Hotel Excelsior o burattinai nell’ombra. Basta la pigra, inesorabile “gravitazione naturale del potere”.

Guardate la sequenza dei fatti, che come al solito i nostri eroi della politica e della stampa a scartamento ridotto si ostinano a ignorare.

Marzo 2026: il governo prova a piazzare il terzo pilastro gelliano, la riforma della Giustizia con tanto di separazione delle carriere e sdoppiamento del CSM. Risultato? Referendum confermativo e bocciatura solenne. I cittadini si alzano dal divano e dicono “No, grazie”. Era già successo nel 2006 con Berlusconi, nel 2016 con il “Giglio Magico” di Matteo Renzi (ve lo ricordate l’Italicum con il premio alla lista unica e il tentativo di ridimensionare la Costituzione?), ed è accaduto oggi. Quando si tratta di toccare la Carta Costituzionale con leggi che richiedono il voto popolare, gli italiani il contrappeso lo azionano e mandano i “riformatori” a casa.

E allora cosa fa la politica quando capisce che la porta principale della Costituzione è sbarrata? Passa dalla finestra. Con la legge ordinaria, dove l’elettore non ha diritto di parola e non c’è referendum che tenga.

16 luglio 2026: la Camera dei Deputati approva a voto segreto la nuova legge elettorale, battezzata con grande spolvero di latino da osteria “Stabilicum”. 217 favorevoli, 152 contrari. E cosa prevede questo capolavoro di ingegneria istituzionale? Un finto proporzionale con un premio di maggioranza che regala la maggioranza assoluta a chi raggiunge appena il 42% dei voti. Ma il vero colpo di genio — si fa per dire — sono le liste bloccate. Niente preferenze. Sulla scheda voti il simbolo e a chi mandare in Parlamento lo decide il capo bastone del partito nel chiuso delle sue stanze. Un emendamento per restituire la scelta ai cittadini è stato bocciato per un solo voto. Un caso? Ma mi faccia il favore.

E la chicca finale è il tecnicismo furbo: perché il 42%? Perché nel 2015 la Consulta aveva bocciato l’Italicum renziano che fissava la soglia al 40%. E così i nostri azzeccagarbugli di palazzo hanno pensato bene di fare i furbi: “Mettiamo il 42%, così siamo sopra la soglia della Corte!”. Peccato che la Consulta, già nel 2014 con la sentenza sul Porcellum, avesse chiarito un principio banale: le liste bloccate e la privazione del diritto del cittadino di scegliersi il rappresentante sono illegittime a prescindere.

Eccola qui, la tragicommedia: la destra, il centro e la sinistra si danno il cambio al governo, cambiano i colori delle bandiere, ma il vizietto resta lo stesso. Cucinarsi le regole del gioco su misura per concentrare il potere ed eliminare i rompiscatole. Licio Gelli non aveva inventato nulla: aveva solo capito prima degli altri verso quale china scivola sempre la politica quando nessuno la controlla. Non serve un complotto esoterico per rovinare una democrazia: basta una legge elettorale ordinaria scritta nell’indifferenza generale.

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