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«Vi scrivo ciò che nessun giornale potrebbe mai scrivere. Perché? Perché se ricevi devi dare in cambio qualcosa. Il silenzio. Noi siamo nati liberi e lo restiamo. Non abbiamo bisogno di denaro altrui per restare in vita.»
L’editoriale del direttore
Quarantacinque anni fa, il 24 luglio 1981, lo Stato italiano riportava a casa un ostaggio. Per riuscirci non mobilitò la diplomazia internazionale, non usò la fermezza delle istituzioni, né si affidò al rigore della legge. Chiese semplicemente un favore a un capo camorra detenuto in un carcere di massima sicurezza.
Tre anni prima, per Aldo Moro, la linea era stata una sola, scolpita nella pietra del rigore repubblicano: non si tratta. Lo Stato non si piega, la fermezza prima di tutto, l’intransigenza etica a costo della vita del Presidente della Democrazia Cristiana. Per Ciro Cirillo, invece — oscuro assessore regionale ai Lavori Pubblici della Campania —, rapito il 27 aprile 1981 a Torre del Greco da un commando di cinque brigatisti guidato da Giovanni Senzani, si trattò eccome. Si trattò alacremente, notte e giorno, sottobanco e sopra il tavolo. Poco importava se nell’agguato fossero rimasti a terra privi di vita il brigadiere Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello, e fosse stato gravemente ferito il segretario Ciro Fiorillo. Loro non avevano la tessera giusta nel portafoglio. Non contavano nulla nella geopolitica del sottopotere partenopeo.

La reunion al carcere di Ascoli Piceno. Il giorno dopo il rapimento, la collaudata macchina dei “servizi non deviati” (si fa per dire, viste le frequentazioni) era già prodigiosamente al lavoro. Due funzionari del SISDE entrarono con passo felpato nel carcere di Ascoli Piceno per accomodarsi al cospetto di Don Raffaele Cutolo, il capo incontestato della Nuova Camorra Organizzata. Con loro non c’erano misteriosi intermediari in giacca e cravatta, ma il sindaco di Giugliano — guarda caso ex segretario personale di Cirillo — e il luogotenente del boss. Una splendida reunion di famiglia, benedetta dalle tessere di partito e dalle divise dello Stato.
Il 21 luglio il riscatto — una modesta sommetta di un miliardo e 450 milioni di lire in contanti — fu consegnato su un tram a Centocelle. Tre giorni dopo Cirillo tornò libero, ben rasato e fresco di doccia, dopo 89 giorni di prigionia.
Operazione di soccorso umanitario? Umanesimo cristiano applicato alla politica? Nemmeno per idea.

Secondo la magistrale e coraggiosa ricostruzione del giudice istruttore Carlo Alemi, a Don Raffaele non fu promessa soltanto una montagna di biglietti da mille lire. Sul piatto finirono perizie psichiatriche compiacenti per ammorbidire le sue condanne e, soprattutto, una bella fetta della torta degli appalti della ricostruzione. Quale ricostruzione? Semplice: quella del terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, consumatosi appena cinque mesi prima del rapimento. E chi presiedeva il comitato che quegli appalti miliardari li gestiva, li frazionava e li smistava ai soliti noti? Proprio lui, l’inestimabile assessore Ciro Cirillo.
Un cortocircuito perfetto: lo Stato paga il riscatto con i soldi dei cittadini, li liquida ai brigatisti con l’intermediazione del boss della camorra, e in cambio garantisce al boss l’accesso diretto ai fondi pubblici per le vittime del terremoto. Un capolavoro di economia circolare del crimine.

L’istruttoria di Alemi durò sette anni. Sette anni passati ad affrontare depistaggi di Palazzo, veleni incrociati, lettere anonime e minacce dirette. Si concluse con un tomo monumentale da 1.534 pagine di verbali, riscontri e fatti inoppugnabili. Quel castello accusatorio non era la solita “fantasia da magistrato politicizzato” come amavano ripetere le gazzette dell’epoca: fu confermato in Appello, sigillato in Cassazione e persino sottoscritto dai lavori di ben due commissioni parlamentari d’inchiesta.
Risultato finale dopo decenni di udienze, polveroni e stucchevoli arringhe difensive? Condanne per i politici dell’epoca: zero.
Tutti prosciolti, tutti prescritti, tutti candidamente estranei a loro insaputa. I brigatisti hanno scontato le loro pene, i camorristi pure, ma la cupola politica che orchestrò la trattativa ha chiuso la partita con un’assoluzione morale d’ufficio e una bella pensione d’oro intatta.

La morale di questa commedia all’italiana è purtroppo una tragedia democratica che continua a proiettare le sue ombre sul presente. Se una ricostruzione giudiziaria tiene fino all’ultimo grado di giudizio, dimostra la trattativa diretta tra Stato, Brigate Rosse e Camorra, eppure non produce un solo condannato tra i palazzi del potere, cosa impara la classe dirigente che dovrà decidere la prossima volta?
Impara tre regole d’oro, scritte col gesso nero sulla lavagna della Repubblica: 1)La legge non è uguale per tutti: vale per i fessi che non hanno protezioni, non per chi gestisce i cordoni della borsa e le segreterie di partito. 2) Lo Stato può fare il palo alla mafia: basta catalogare lo scempio sotto l’etichetta comoda e omnicomprensiva di “ragion di Stato”. 3) Il delitto paga sempre: l’importante è che a saldare il conto siano i soliti contribuenti, mentre i figuranti della Prima e Seconda, terza e quarta Repubblica continuano a pontificare in TV sul “valore delle istituzioni”.






