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La voce scomoda del direttore
Cassino – Che un albero crolli all’improvviso nei pressi della Facoltà di Ingegneria è una di quelle notizie che bilanciano perfettamente il dramma e il paradosso tragico: un pino che si arrende alla gravità proprio davanti a chi la fisica la studia sui libri. Un fatto spaventoso, sia chiaro, che ha fatto sfiorare l’ennesima tragedia cittadina.
La prima reazione del dibattito pubblico, come da prassi consumata, è la solita caccia al responsabile: di chi è la colpa? Della manutenzione mancata, si dirà. E qui ci sbandiamo subito nella burocrazia nostrana: al momento non sappiamo se quella potatura spettasse ai tecnici del Comune o direttamente all’Ateneo. Nel dubbio, la palla passa da un ufficio all’altro con la consueta rapidità dei faldoni borbonici.

Ma la vera questione, manutenzione a parte, è un’altra. In questo Paese si è sviluppata una singolare forma di religiosità laica secondo cui abbattere un albero di alto fusto, anche se decrepito, equivale al più grande crimine dell’era contemporanea. Toccare un tronco di età avanzata è un sacrilegio, anche quando quel tronco ha la stabilità di un castello di carte sotto il maestrale e minaccia di travolgere i passanti. Si preferisce rischiare il morto pur di non indisporre il comitato del verde di turno, scambiando la prevenzione basilare per un ecocidio. Tagliare prima che sia troppo tardi non è insensibilità ambientale: si chiama buonsenso, oltre che salvaguardia della vita umana.
Poi, naturalmente, ci sono i profeti di sventura dell’opposizione. Fa benissimo la minoranza, per carità di patria, a ricordarci che la città è a rischio e che, continuando così, prima o poi un altro albero cadrà provocando un nuovo dramma. Chi sostiene il contrario. Un servizio pubblico impeccabile, non c’è che dire. C’è solo un piccolo dettaglio: a furia di ripetere lo stesso nefasto presagio ogni benedetto giorno con quel piglio da cassandre consumate, da buon campano, ogni volta che li sento parlare non posso fare a meno di farmi una scaramantica, liberatoria e solenne grattata di palle. Perdonate il mio francesismo.






