LA CATTURA A ORE D’UFFICIO: MENTRE LO STATO CERCAVA RIINA NEI BOSCHI, IL BOSS GUIDAVA LA MAFIA DA PALERMO

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Ci sono pagine dei resoconti parlamentari che non conservano soltanto il valore formale di un verbale, ma assumono il peso politico ed etico di un’accusa bruciante. È il caso dell’audizione di Tommaso Buscetta del 12 novembre 1992 davanti alla Commissione Antimafia guidata da Luciano Violante. In quell’autunno drammatico, mentre l’Italia ancora tremava per il sangue versato a Capaci e in via D’Amelio, il “boss dei due mondi” squarciava con disarmante lucidità il velo di ipocrisia che da decenni avvolgeva le contromisure dello Stato nella caccia ai latitanti di Cosa Nostra.

Rispondendo alle domande del presidente Violante su come sia possibile sfuggire alla cattura per anni, Buscetta smonta la favola del latitante rintanato nelle caverne o nascosto nei boschi. «I mafiosi stanno in città», sintetizza seccamente. Richiama esempi concreti, a partire dalla sua stessa esperienza nel 1980: un condominio in via della Croce Rossa, nel cuore di Palermo, proprio di fronte all’abitazione del commissario De Luca. Nessuna fuga all’estero, nessun nascondiglio inaccessibile, ma una quotidianità vissuta alla luce del sole, garantita dall’assenza di controlli mirati e da una rete di complicità o cieca disattenzione.

Estratto audizione Buscetta

Ed è su queste premesse che il collaboratore di giustizia indirizza le sue parole verso il capo assoluto di Cosa Nostra: Totò Riina. Alla domanda di Violante su dove si trovi in quel momento il boss corleonese, Buscetta risponde senza esitazioni: «C’è forse qualche dubbio? In qual altro modo potrebbe sostenere i lacci che manovra? Deve stare là». Per gestire il potere, per mantenere salde le redini dell’organizzazione, il capo deve rimanere sul proprio territorio, al centro del comando.

Le parole di Buscetta del novembre 1992 suonavano allora come una sfida e al tempo stesso come un’indicazione investigativa chiarissima. Appena due mesi dopo, il 15 gennaio 1993, l’arresto di Riina a Palermo — in una villa elegante nel quartiere di San Lorenzo — avrebbe confermato punto per punto la diagnosi del pentito. Resta da chiedersi, a distanza di anni, quanti ritardi e quante zone d’ombra abbiano permesso a quel sistema di rimanere invisibile agli occhi di chi avrebbe dovuto vedere, trasformando una latitanza cittadina in trent’anni di impunità.

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