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L’editoriale del direttore
L’attuale momento politico ci pone di fronte a un bivio fondamentale. Quella che doveva essere la “grande riforma” della maggioranza – il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati – si sta trasformando in un boomerang. Non è solo una questione di sondaggi, ma di consapevolezza: gli italiani stanno capendo che la proposta non punta a migliorare la giustizia, ma rischia di piegarla al volere dell’esecutivo.
La nostra Repubblica si regge su un equilibrio fragile e prezioso: la separazione dei poteri. Mettere la magistratura sotto il controllo politico significa incrinare questo patto. Senza un arbitro imparziale, la democrazia perde la sua garanzia di tenuta.
L’architettura costituzionale non è un dettaglio burocratico, è il perimetro che ci separa dall’arbitrio. Ogni cittadino ha il diritto di sapere che il magistrato che giudica risponde solo alla Legge, e non a chi siede sulla poltrona del potere.

Di fronte al crescente scetticismo dell’opinione pubblica sul referendum, la maggioranza ha scelto la via della fuga in avanti. Persa la sicurezza sul fronte costituzionale, ora l’urgenza si sposta sulla legge elettorale.
Non è una riforma guidata da una visione di Paese, ma dalla paura di perdere il consenso nelle prossime urne. Senza alcun confronto con le opposizioni, si sta costruendo un sistema “su misura” che include:
• L’eliminazione dei collegi uninominali: Per svuotare di significato il rapporto tra territorio e rappresentante.
• La modifica del premio di maggioranza: Per blindare il governo indipendentemente dal reale peso politico.
• La rimozione delle preferenze: Per allontanare i cittadini dalla scelta diretta dei propri rappresentanti.

Cambiare le regole del gioco a partita in corso, senza un dibattito democratico condiviso, è un gesto di debolezza politica che mina la fiducia nelle istituzioni. Gli italiani non sono spettatori passivi: sanno riconoscere quando una legge elettorale è scritta per servire i cittadini e quando è, invece, un paracadute per la poltrona.
La nostra opposizione editoriale è netta: la democrazia non è un tavolo da poker dove chi sta perdendo può cambiare le regole a proprio piacimento. Chiediamo rispetto per le regole condivise, perché sono l’unica garanzia di una convivenza civile e libera.






