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Negli anni Ottanta, il panorama criminale italiano si trovava in una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da alleanze sfuggenti, violenze inaudite e un senso di impunità che sembrava avvolgere le mafie e le organizzazioni terroristiche come Brigate Rosse. Tra le figure più inquietanti di quel periodo emerge Renato Cinquegranella, un uomo legato alla Nuova Famiglia e coinvolto, secondo gli inquirenti, in crimini che ancora oggi scuotono la coscienza collettiva.

Il delitto di Giacomo Frattini, detto “Bambulella”, rappresenta uno dei capitoli più oscuri di questa storia. Frattini, giovane affiliato della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, fu barbaramente torturato, ucciso e smembrato nel gennaio 1982. La sua morte, avvenuta come vendetta per l’omicidio di un fedelissimo di Cutolo in carcere, testimonia la brutalità e la ferocia con cui le organizzazioni criminali si confrontavano tra loro e con chi voleva sfidarle. La scena di quel corpo abbandonato in un bagagliaio e delle parti del suo corpo racchiuse in sacchetti di plastica è un’immagine che ancora oggi ci ricorda quanto la violenza possa essere strumento di potere e controllo.

L’ergastolo confermato dalla Cassazione nel 2014 per Cinquegranella e altri coinvolti rappresenta una risposta giudiziaria alla follia di quegli anni, ma solleva anche profonde riflessioni sulla natura della giustizia e sulla pervasività del crimine organizzato. La sua presunta partecipazione anche nell’omicidio di Antonio Ammaturo, capo della Mobile ucciso dalle Brigate Rosse nel 1982, amplia il quadro di una criminalità che si intreccia con il terrorismo e il terrorismo di stato, rivelando un sistema di alleanze pericolose e spesso insospettate.
Il fatto che Cinquegranella abbia dato ospitalità a latitanti delle Brigate Rosse nella sua villa di Castel Volturno aggiunge un ulteriore livello di complessità. Si tratta di un esempio concreto di come le organizzazioni criminali e terroristiche abbiano spesso collaborato o comunque condiviso reti di protezione, alimentando un clima di paura e di impunità che ha segnato un’epoca intera.

Questi episodi ci impongono di riflettere sulla pericolosità di queste realtà, che non sono semplicemente associazioni di criminali, ma vere e proprie strutture di potere che si intrecciano con il tessuto sociale e politico di un paese. La violenza, la vendetta e il ricorso all’illegalità come strumenti di controllo e sopravvivenza devono essere costantemente contrastati con la memoria e il senso di giustizia.
Riconoscere i segni di questa pericolosità, comprendere le dinamiche che le alimentano e mantenere vivo il ricordo delle vittime sono passi fondamentali per una società che voglia dirsi civile e libera dalla paura. La storia di Cinquegranella e delle sue azioni ci ricorda quanto sia fragile il confine tra legalità e illegalità e quanto sia importante il ruolo delle istituzioni nel preservare la sicurezza e la dignità di tutti i cittadini.
La riflessione su queste vicende non deve limitarsi a un esercizio di memoria storica, ma diventare un monito costante: la lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo richiede impegno, consapevolezza e una società che non si lasci sedurre dalla tentazione di sottovalutare le minacce più oscure. Solo così possiamo sperare di costruire un futuro più giusto e sicuro. Cinquegranella, il misterioso latitante, continua a sfuggire alle maglie della giustizia. Dal 2002, la sua cattura sembra una chimera. Le forze dell’ordine intensificano le ricerche, ma ogni tentativo si rivela vano. Un gioco del gatto col topo che dura da troppo tempo: è ora di porre fine a questo incubo.
Noi giornalisti abbiamo un compito sacro: raccontare la verità. Non dobbiamo temere la vendetta della mafia, della camorra o di qualsiasi altra criminalità. La nostra voce è una luce contro l’oscurità, e ogni parola può essere un atto di coraggio e resistenza. Combattiamo sempre!






