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Roma – C’è un filo nero, sottile e transnazionale, che sembra unire le narrazioni contemporanee sul sistema sanzionatorio e detentivo. Negli Stati Uniti assistiamo alle immagini aberranti di migranti esposti in catene come trofei politici, mentre in Israele c’è chi festeggia sfacciatamente con torte decorate da cappi. In Italia, in tempi non troppo distanti, abbiamo visto promuovere a sottosegretario alle carceri chi dichiarava di provare un’”intima gioia” al pensiero dei detenuti che soffocano, privati dell’aria, nei furgoni blindati. In un panorama globale e temporale dominato da questa grammatica del cinismo e della vendetta sociale, parlare di affettività e sessualità in carcere come diritto fondamentale della persona non è solo controcorrente, ma rappresenta un atto di puro e necessario coraggio.
Il dibattito si è riacceso con forza a Roma, in un’aula dell’Università Roma Tre, durante la presentazione del progetto “Fuori” di Disco Lazio. L’occasione è stata il confronto nato a partire dal libro “Il diritto all’affettività delle persone recluse” di Sarah Grieco, un incontro che ha messo a nudo le contraddizioni di una politica securitaria che spesso confonde la giustizia con la ritorsione.

Durante il dibattito si è analizzata criticamente la direzione intrapresa dagli ultimi provvedimenti legislativi, con una particolare attenzione ai recenti decreti sicurezza. Queste norme sono state accusate di aver introdotto misure mirate, come quelle ribattezzate per le “borseggiatrici romene”, che hanno l’effetto di rispedire dietro le sbarre madri con bambini piccoli. In questo modo si rischia di affermare un principio radicalmente contrario al diritto, ovvero che una persona sia considerata colpevole non tanto per ciò che fa, ma per ciò che è, segnando una deriva identitaria della pena che calpesta l’eredità giuridica e costituzionale del nostro Paese.
Contro la retorica del castigo fine a se stesso, i dati e il dettato costituzionale offrono una prospettiva opposta, dimostrando che sono proprio le pene umane e dignitose a garantire, nel lungo periodo, una maggiore sicurezza collettiva. Il motivo è tanto etico quanto pragmatico, poiché quando a una persona detenuta è permesso di coltivare relazioni sane e di mantenere un legame vivo e intimo con i propri cari, il tasso di recidiva crolla verticalmente. Chi esce da un percorso carcerario che ha preservato la sua umanità ha molte meno probabilità di tornare a delinquere rispetto a chi è stato sottoposto a un trattamento degradante. Questa logica sociale trova il suo fondamento nell’Articolo 27 della nostra Costituzione, che vieta tassativamente trattamenti contrari al senso di umanità e impone come obiettivo la rieducazione del condannato.

Fino a quando non si capirà che il reinserimento sociale e la sicurezza non sono concetti in contrapposizione, non si potranno fare reali passi avanti. Riconsegnare alla società persone realmente rieducate diventa impossibile se le pene restano degradanti come lo sono oggi. All’incontro ha preso parte anche Marta Bonafoni, che ha espresso forte apprezzamento per il lavoro di Sarah Grieco e per l’iniziativa di Disco Lazio, definendo la giornata come un esempio di buona politica. Quella andata in scena a Roma Tre è la fotografia di una politica capace di guardare oltre il cinismo del consenso elettorale immediato e dei sondaggi d’opinione, disposta a rimettere al centro il principio secondo cui la civiltà di un Paese si misura prima di tutto dalle condizioni delle sue carceri, e dove il diritto all’amore, anche dietro le sbarre, ne diventa il termometro più fedele.






