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L’editoriale del Direttore
Cassino – In un panorama politico sempre più affollato di comparse e povero di protagonisti, assistiamo quotidianamente a uno spettacolo che oscilla tra il grottesco e il malinconico. Al centro della scena troviamo loro: i galoppini. Ma non figure qualunque; parliamo di quelli “verdi”, caratterizzati da un attivismo tanto febbrile quanto privo di una reale bussola amministrativa, che sembrano aver scambiato la gestione della res publica per un palcoscenico di avanspettacolo e perché no la possibilità di qualche incaricuccio.

Il meccanismo che muove queste figure è quasi pavloviano. Basta un cenno del “capo”, un input telegrafico dall’alto, e la macchina si mette in moto con una foga sgangherata. Partono appelli, comunicati e proclami che spesso sfiorano il surreale: più che proposte programmatiche, queste uscite appaiono come vere e proprie gag comiche che troverebbero una collocazione perfetta nella satira giornaliera piuttosto che nelle cronache politiche. Si assiste a una rincorsa al consenso fatta di slogan vuoti, dove il senso logico viene sacrificato sull’altare della fedeltà al leader di turno.

C’è però un limite fisiologico e anagrafico a questo gioco. Se l’esuberanza del galoppino può essere scambiata per entusiasmo acerbo in gioventù, con l’avanzare dell’età il ruolo decade inevitabilmente nella macchietta. Un sedicente politico che non evolve, che non si trasforma in amministratore capace o in legislatore attento, ma resta ancorato al ruolo di mero “portavoce del nulla”, diventa il principale artefice della propria irrilevanza. In politica, la persistenza nel ruolo di gregario senza contenuti si tramuta in una colossale perdita di voti, poiché l’elettore non cerca intrattenitori, ma guide.

Il cittadino, d’altronde, non è lo spettatore passivo che molti strateghi da tastiera immaginano. Osserva, valuta e metabolizza in silenzio. La vera “resa dei conti” avviene nell’urna, dove quella matita si trasforma in uno strumento di giudizio implacabile. È in quel momento che arrivano le sberle elettorali più sonore: colpi che partono da destra, rimbalzano a sinistra e tornano indietro con forza raddoppiata, culminando in sconfitte clamorose che lasciano i galoppini a interrogarsi sulle ragioni del disastro mentre ancora tentano, goffamente, di occupare spazi di visibilità. Cassino ne sa qualcosa.

L’obiettivo di questa riflessione è rimettere al centro la differenza sostanziale tra chi la politica la abita e chi la serve senza comprenderla. Il vero politico è colui che si carica sulle spalle la responsabilità delle promesse elettorali, che opera quotidianamente per rendere la città migliore e che pone la tutela del cittadino davanti alla propaganda. Al contrario, il galoppino resta confinato in una dimensione di perenne affanno: una figura che arranca faticosamente dietro agli eventi, tentando di fare politica senza averne né l’arte né la sostanza. Alla fine, tra chi costruisce e chi schiamazza, il tempo e le urne finiscono sempre per fare giustizia.






