L’editoriale – Il feticcio del PIL e il dogma dei ragionieri

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L’editoriale del direttore 
C’è una nuova religione monoteista che non ammette eretici, non tollera dubbi e, soprattutto, si spaccia per scienza esatta. Il suo dio è il PIL, il Prodotto Interno Lordo. Ogni trimestre i sacerdoti in giacca e cravatta — dai dotti economisti del tiggì fino ai soliti burocrati di Bruxelles — si riuniscono per dirci se il PIL è cresciuto dello 0,1% o se è crollato dello 0,2%, invitandoci a gioire o a strapparci i capelli.

Nessuno, ovviamente, si prende la briga di spiegarci di cosa stiamo parlando. Perché il PIL, nella sua cieca e grottesca contabilità, misura la quantità, mai la qualità. Un incidente stradale con tre tir coinvolti, quattro ambulanze, i carroattrezzi e la successiva vendita di una macchina nuova fa salire il PIL. Una foresta secolare abbattuta per fare spazio a una colata di cemento fa salire il PIL. Una bomba fabbricata ed esportata fa salire il PIL. Di contro, se un padre insegna a leggere al figlio, se una comunità pulisce un parco volontariamente, o se un cittadino semplicemente gode di buona salute ed evita di consumare quintali di farmaci, il PIL resta immobile o, orrore, scende.

Il PIL misura la frenesia del consumo, ma ignora del tutto la distribuzione della ricchezza, la sostenibilità ambientale, la salute, l’istruzione, la sicurezza economica e l’uguaglianza sociale. È un feticcio che fa passare concetti eminentemente politici — e dunque ampiamente opinabili — per verità scientifiche immutabili.

Ci avevano promesso il Bengodi. Con la globalizzazione deregolamentata e le “magnifiche sorti e progressive” del libero mercato, la ricchezza avrebbe dovuto flfluire verso il basso per effetto di quel magico fenomeno che i geni dell’economia chiamano trickle-down, la ricchezza che gocciola dall’alto verso il basso. I risultati, dopo trent’anni di questa cura da cavallo, sono sotto gli occhi di tutti, tranne di chi scrive le gazzette ufficiali. La ricchezza si è concentrata in modo osceno al vertice, con una manciata di miliardari che possiede più di metà del pianeta, mentre il ceto medio è stato scientificamente impoverito tra stipendi da fame, inflazione e perdita del potere d’acquisto. Nel frattempo, il lavoro è stato precarizzato e trasformato in una concessione elargita con contratti pirata, gig economy e lavoretti a cottimo.

Se il fine dell’economia non è il benessere della società e la coesione sociale, allora la politica economica non ha semplicemente commesso qualche errore di calcolo: ha miseramente fallito la sua missione principale. Ha trasformato i cittadini in consumatori angustiati e i lavoratori in servi della gleba dotati di partita IVA.

Ma è nell’Eurozona che questo capolavoro di perversione contabile ha raggiunto il suo apice, dove il “peccato originale” denunciato dal grande Jean-Paul Fitoussi è diventato la nostra gabbia quotidiana. L’architettura dell’euro è un monstrum giuridico ed economico basato su un’asimmetria pazzesca. Da un lato abbiamo una politica monetaria centralizzata in mano a una Banca Centrale Europea che per anni si è comportata come una succursale della Bundesbank; dall’altro manteniamo politiche fiscali frammentate, lasciate ai singoli Stati ma subito imbrigliate e strangolate da parametri arbitrari come il 3% di deficit o il 60% di debito, scaturiti non dalla scienza, ma dalle paturnie di qualche burocrate a Strasburgo.

Quando si verifica uno shock economico, gli Stati nazionali si ritrovano del tutto disarmati. Non possono svalutare la propria moneta per riacquistare competitività, non possono chiedere alla banca centrale di stampare moneta o finanziare il debito e non possono stimolare l’economia con la spesa pubblica perché scatta immediatamente l’inquisizione dello “spread”.

L’unica leva che rimane ai governi — siano essi di destra, di centro o di sedicente sinistra — è la cosiddetta svalutazione del lavoro: tagliare la sanità, rinviare le pensioni, bloccare i contratti e smantellare lo Stato sociale. Ovvero, impoverire i propri cittadini per far quadrare i fogli Excel dei ragionieri di Bruxelles. Finchè continueremo a pregare al tempio del PIL e a considerare il mercato un dogma anziché uno strumento, ci racconteranno che la chirurgia è riuscita perfettamente. Peccato che il paziente, nel frattempo, sia morto.

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