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La riflessione
Ci voleva l’ennesimo martedì di questo ennesimo mese d’agosto, o forse l’ennesimo sorpasso di un moscerino sul parabrezza, per far scattare la consueta psicosi di massa a reti e neuroni unificati. Quella gloriosa e irremovibile propensione al dramma che non si arrende di fronte a niente, e men che meno di fronte all’evidenza dei fatti.
Ormai siamo nel pieno di un’epidemia cognitiva spaventosa. Un virus devastante che si insinua nelle cene di famiglia, nei gruppi WhatsApp di condominio e persino nelle meditazioni trascendentali: la sindrome acuta dell’ennesimo.
Ti svegli la mattina, apri le tapparelle ed è subito l’“ennesimo record di sole” (a luglio, pensa che perfidia della natura). Metti il piede in spiaggia e scatta l’“ennesimo allarme meduse” (che notoriamente dovrebbero stare a fare lo sci d’acqua sui monti e invece, guarda caso, nuotano in acqua). A novembre ci travolge l’“ennesima minaccia di pioggia”, a gennaio ci trafigge l’“ennesima aggressione del gelo”, e a Ferragosto ci mette in ginocchio l’“ennesimo prezzo folle del melone”. Se la signora del terzo piano starnutisce due volte di fila, nel pianerottolo si parla già di “ennesimo focolaio eversivo per la salute pubblica”.

La tecnica è un capolavoro di ingegneria della paranoia. Siccome la Catastrofe Madre con la C maiuscola scarseggia — perché che d’estate si sudi e d’inverno serva il cappotto lo sa persino il gatto di casa —, bisogna fabbricarsela su misura. E come si trasforma l’incredibile e sconvolgente scoperta che la Terra gira intorno al Sole in un’apocalisse imminente? Semplice: appiccicandoci davanti l’aggettivo ordinal-tragico per eccellenza. Ennesimo.
Perché l’“ennesimo” non è un numero: è uno stato d’animo. L’“ennesimo” non serve a contare, serve a farsi venire le paturnie. Suggerisce sottilmente che quell’evento non è un semplice fatto naturale, ma la goccia che fa traboccare un vaso colmo di congiure planetarie orchestrate da un destino cinico, baro e palesemente ce l’ha con noi. Se qualcuno nota che “ha piovuto”, la gente prende l’ombrello. Se qualcuno sospira che “è l’ennesimo acquazzone”, la gente si muratoreggia in cantina, fa scorta di fagioli in scatola per i prossimi quindici anni e chiede i danni morali all’Ufficio Meteorologico Naturale.

Così ci siamo costruiti un magnifico luna park del terrore, dove viviamo in uno stato d’emergenza permanente, ma rigorosamente privo di emergenze. Un mondo parallelo in cui la natura che fa esattamente quello che fa da quattro miliardi di anni viene vissuta come uno sgarbo personale, e la normale routine quotidiana viene spinta a forza nel club dei martiri della patria.
La cosa sarebbe persino divertente, un grande varietà dell’assurdo, se non fosse per un piccolo dettaglio: a forza di strillare all’ennesimo lupo per ogni soffio di vento o foglia che cade, quando poi il lupo arrives davvero — e magari non è un’ennesima fisima, ma una bestia vera —, finiremo tutti per accoglierlo sbadigliando e chiedendogli di far piano perché c’è la replica della fiction.
Un modesto appello al buon cuore di tutti: mettiamo questo benedetto termine in cassaforte e buttiamo la chiave per un po’. Teniamolo da parte per le grandi occasioni. Che so, per l’ennesimo condono tombale, per l’ennesima promessa elettorale da marinaio, o più banalmente per quando finirete di leggere questa riga e vi accorgerete, con immensa costernazione, di essere appena cascati nell’ennesimo editoriale sull’ennesimo abuso dell’ennesimo aggettivo.






