L’illusione civica: l’ultima recita del teatrino

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Domenico Panetta
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Vi scrivo quello che nessuno ha il coraggio di scrivere e lo faccio proprio perché credo nella mia libertà di stampa  e nella mia obiettività lasciando la riflessione al lettore. 

L’editoriale del direttore 

C’era una volta la politica. Quella con la P maiuscola, fatta di roba polverosa e fuori moda: programmi, tesi, antitesi, scontri frontali e, soprattutto, quel fastidioso ingombro che risponde al nome di “ideologia”. Roba d’altri tempi, certo. Oggi, nel meraviglioso mondo della post-politica, pare che il peccato originale di avere un’idea del mondo sia diventato un intralcio alla conquista del potere. E allora, ecco che avanza, tra un aperitivo in piazza e un proclama sui social, il “civismo”.

Il civismo, sia chiaro, è la nuova maschera del trasformismo. È quella categoria dello spirito, o più prosaicamente del marketing elettorale, che serve a nascondere il nulla cosmico sotto il tappeto di un finto disinteresse. Non è un’opzione ideale, non è un progetto di società, non è un’alternativa: è l’ultima, disperata trovata del Palazzo per evitare che il deserto dell’astensionismo si trasformi in una distesa incolmabile.

La strategia è elementare, quasi elementare quanto l’intelligenza di chi la concepisce: siccome la gente, giustamente, non ne può più dei soliti volti che da trent’anni occupano le poltrone spostandosi da una casacca all’altra come fossero calzini, allora bisogna cambiare “brand”. Si sdogana la lista civica, si inventa il “polo del fare”, si parla di “competenza” (parola magica che non significa assolutamente nulla) e si spera che l’elettore, stordito dalla propaganda, torni a votare convinto di scegliere qualcosa di nuovo. È il trucco del prestigiatore: la mano destra agita la bandierina del civismo, mentre la sinistra sta già firmando il contratto di coalizione col potente di turno.

Ma c’è un nodo che nessun ufficio comunicazione riuscirà mai a sciogliere: la politica, quella vera, si nutre di appartenenza. È fatta di carne, di sangue, di battaglie, di “io la penso così e non cambio idea”. Il civismo, per definizione, è fluido, gassoso, transitorio. È l’amministratore che si candida perché vuole sistemare la buca sotto casa o l’imprenditore che cerca un po’ di visibilità per i suoi affari. Quando finisce la gestione del quotidiano, finisce tutto. Perché dietro non c’è una visione, c’è solo un vuoto pneumatico.

Cassino Birra 2026

E qui casca l’asino. In un Paese dove il panorama politico è un cimitero di elefanti, dove i veterani della Prima, Seconda, Terza e Quarta Repubblica vivacchiano col loro misero 1% – quel gruzzolo di voti che serve solo a garantire un posto al sole o un contratto di consulenza – che speranza possono avere queste “civiche”?

La risposta è tanto cinica quanto realistica: nessuna. Ma la loro funzione non è vincere. La loro funzione è galleggiare, creare confusione, frammentare il voto, rendere impossibile qualsiasi scelta netta agli elettori. Sono il rumore di fondo che serve a impedire che si senta il silenzio assordante di una classe politica che, non avendo più nulla da dire, ha deciso che l’unica via d’uscita è smettere di chiamarsi “politica” e spacciarsi per una “associazione di cittadini”.

È la solita solfa: cambiano gli attori, cambiano i costumi, ma la regia resta saldamente nelle mani di chi ha trasformato il voto in una pura formalità burocratica. E finché gli elettori crederanno a questa farsa, finché confonderanno il “civismo” con la partecipazione, il deserto continuerà ad avanzare. E loro, i soliti noti dell’1%, saranno sempre lì, pronti a riciclarsi sotto un nuovo nome, con la stessa faccia di bronzo di trent’anni fa.

 

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