L’Italia s’è desta, ma ora è stanca: l’allarme di Panetta sulla crescita che rallenta

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Domenico Panetta
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Economia – Il Governatore della Banca d’Italia promuove la capacità di adattamento dimostrata dal Paese nel post-pandemia, ma avverte: senza innovazione e produttività, il futuro sarà “modesto”.

ROMA – C’è stata una stagione, non troppo lontana, in cui l’economia italiana ha saputo smentire i pessimisti. È l’immagine di un Paese che “ha sorpreso”, capace di reagire agli shock con una flessibilità inaspettata, riuscendo a riportare la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in linea con la media dell’area euro. Ma quel vento in poppa, oggi, sembra essere calato.

A lanciare il monito è il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che fotografa una fase di transizione delicata per il nostro sistema economico. La parola d’ordine non è più “recupero”, ma “indebolimento”.

Se negli ultimi anni l’Italia ha corso, ora si ritrova a fare i conti con il fiato corto. Un rallentamento che non riguarda solo noi — il fenomeno è comune a molti partner europei — ma che per l’Italia ha un sapore più amaro. Secondo Panetta, la frenata sta riportando a galla i “difetti di fabbrica” del nostro sistema:

• Produttività al palo: Un dato che ristagna da troppo tempo e che impedisce al Paese di generare vero valore aggiunto.

• Innovazione carente: Il sistema produttivo fatica a rinnovarsi, restando ancorato a modelli che faticano a competere sui mercati globali.

Il peso sui cittadini: redditi e salari

Il punto più critico dell’analisi del Governatore riguarda il riflesso di questi numeri sulla vita reale. La scarsa crescita non è solo un dato statistico per gli uffici di via Nazionale, ma la causa diretta della “debolezza di redditi e salari”. Senza un aumento della produttività e senza una spinta decisa all’innovazione, la ricchezza nelle tasche degli italiani non potrà crescere in modo significativo.

Per i prossimi anni, la prospettiva delineata è quella di una crescita “modesta”. L’epoca delle sorprese positive sembra finita: per l’Italia è il momento di affrontare le riforme strutturali non più come un’opzione, ma come una necessità per non scivolare nuovamente nella stagnazione.

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