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L’editoriale del direttore
Solidarietà agli agenti feriti duranti gli scontri di Torino chi ha sbagliato deve pagare. Giusto per chiarire in partenza. Occorre però approfondire il discorso.
Il giornalismo, quello fatto con rigore, si scontra spesso con la tentazione della narrazione istantanea. Eppure, la storia recente d’Italia ci insegna che tra la verità di piazza, quella processuale e quella politica esiste uno spazio grigio dove la prudenza non è codardia, ma un dovere civico. Due casi, distanti nel tempo ma vicini nella complessità, incarnano questo dilemma: la Scuola Diaz e la recente vicenda del centro sociale Askatasuna.

Il G8 di Genova del 2001 rimane una ferita aperta nella democrazia italiana. La notte del 21 luglio, l’irruzione della Polizia di Stato nella scuola Diaz si trasformò in quella che il vicequestore Michelangelo Fournier definì “macelleria messicana”.
• Il Fatto: Centinaia di agenti fecero irruzione in un edificio che ospitava manifestanti e giornalisti, molti dei quali stavano dormendo.
• Le Conseguenze: 93 persone arrestate, 61 feriti portati in ospedale, torture documentate a Bolzaneto.
• La Lezione dei “Piedi di Piombo”: Inizialmente, le autorità parlarono di una “resistenza armata” e dell’attacco delle Molotov (rivelatesi poi portate dagli stessi agenti per giustificare l’irruzione). Ci sono voluti anni di processi e sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per stabilire che lo Stato aveva fallito.
Qui, i “piedi di piombo” servono a ricordare che la divisa non è garanzia automatica di verità, e che la democrazia si difende solo attraverso la trasparenza e la responsabilità legale di chi esercita il monopolio della forza.

Spostandoci a Torino, il centro sociale Askatasuna rappresenta un caso di studio opposto ma speculare. Da decenni punto di riferimento dell’area antagonista e del movimento No Tav, è stato al centro di innumerevoli inchieste per violenza e resistenza.
• La Polemica Recente: La decisione del Comune di Torino di avviare un percorso di “legalizzazione” o co-gestione dello spazio ha scatenato un terremoto politico.
• Le Due Visioni: Da un lato, chi vede in Askatasuna un covo di illegalità che va sgomberato senza sconti; dall’altro, chi ritiene che il riconoscimento sociale di un’attività nel territorio sia una via per la pacificazione e il controllo.
• La Lezione dei “Piedi di Piombo”: Valutare Askatasuna richiede di distinguere tra l’attività politica/sociale e i reati commessi dai singoli. Liquidare il tutto come “terrorismo” o, al contrario, come “puro attivismo” è un errore di analisi. La prudenza qui serve a capire se la via amministrativa sia un reale strumento di ordine o una resa delle istituzioni.
Analizzare questi fatti richiede un distacco quasi chirurgico per tre motivi fondamentali:
1. La Polarizzazione Ideologica: Casi come Diaz o Askatasuna diventano spesso bandiere politiche. La verità finisce in secondo piano rispetto alla necessità di alimentare la propria “bolla”.
2. La Complessità Giuridica: Tra sentenze di Cassazione e riforme del codice penale (come l’introduzione del reato di tortura post-Genova), il quadro legale è in continua evoluzione.
3. L’Impatto Sociale: Una valutazione errata può portare o a un’ingiustificata repressione del dissenso (Diaz) o a una pericolosa sottovalutazione dell’illegalità (Askatasuna).

Sia che si parli della violenza di Stato a Genova, sia che si discuta della gestione degli spazi occupati a Torino, l’imperativo rimane lo stesso: non accettare verità preconfezionate. I “piedi di piombo” non servono a rallentare la giustizia, ma a garantire che il passo successivo sia fatto sul terreno solido della realtà, e non sulle sabbie mobili della propaganda.
Durante la manifestazione a Torino, la giornalista Rita Rapisardi stava documentando l’azione della polizia in Corso Regina Margherita. Il video in questione mostrava un agente (che alcuni sui social hanno cercato di identificare, da qui forse la confusione con i nomi) che si staccava dal cordone per inseguire e manganellare alcuni manifestanti ormai isolati.
Il video della Rapisardi è diventato scottante perché mostrava quello che nel gergo giornalistico (e purtroppo anche in quello della Diaz) viene chiamato “uso eccessivo della forza”. Vedere un agente che insegue qualcuno che non sta più offrendo resistenza rompe la narrazione della “difesa necessaria”.
Il tentativo di impedire la diffusione del video o di acquisirlo forzatamente serve spesso a evitare che frammenti di realtà non filtrati finiscano nel dibattito pubblico prima che le questure possano emettere il loro comunicato ufficiale. Resta una sola domanda: perché quel video é stato prima sequestrato poi tagliato e poi reso virale?
Il motivo per cui questa vicenda fa pensare alla Diaz è il metodo.
Alla Diaz, la polizia sequestrò centinaia di rullini e nastri video dei giornalisti presenti (molti dei quali furono distrutti o “smarriti”) proprio per cancellare le prove dei pestaggi sugli innocenti.

Quando oggi un giornalista che documenta Askatasuna o i No Tav subisce il sequestro del materiale o pressioni per non pubblicare, scatta immediatamente il parallelismo:
• Diaz: Sequestro massiccio per coprire un crimine di Stato.
• Oggi: Pressioni sui singoli giornalisti per limitare la diffusione di immagini che “mettono in cattiva luce” l’operato delle forze dell’ordine in contesti urbani difficili.
Valutare con i piedi di piombo significa dunque non fare di tutta l’erba un fascio, ma essere inflessibili su un punto: in una democrazia matura, non esistono immagini “proibite” e non esistono schiene che possono essere colpite impunemente solo perché si trovavano nel posto sbagliato.






