L’onore dei vinti: quando la Camorra scelse di arrendersi senza tradire

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Domenico Panetta
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L’editoriale del direttore 
C’è stato un tempo in cui le aule dei tribunali di Napoli e le celle di Poggioreale non erano popolate solo da “cantanti” o da “irriducibili”. Esisteva una zona grigia, una terra di mezzo che per quasi un ventennio ha cullato l’illusione di un compromesso impossibile tra lo Stato e l’Antistato: la dissociazione.

Oggi, in un’epoca di 41-bis e collaborazioni fulminee, quella figura sembra un reperto archeologico della sociologia criminale. Eppure, rileggere la parabola dei “dissociati storici” – con i Moccia di Afragola a fare da capofila ideologici – significa comprendere come la Camorra abbia tentato di sconfiggere la legge non solo con il piombo, ma con la semantica.

Il calcolo era tanto semplice quanto raffinato. Il camorrista di rango, stretto tra l’incudine di una guerra persa e il martello di una condanna all’ergastolo, cercava una via d’uscita che non contemplasse il “salto del fosso”. Dissociarsi significava ammettere: “Ho ucciso, ho comandato, ho perso”. Ma significava anche aggiungere un “ma” che pesava come un macigno: “Ma non vi dirò chi c’era con me”.

Era la resa delle armi, ma non del silenzio. Per boss come Angelo Moccia, la dissociazione non era un atto di pentimento morale, ma una strategia politica. Si offriva allo Stato la propria “neutralizzazione” in cambio di ossigeno legislativo – i benefici della Legge Gozzini – mantenendo però intatto quel capitale simbolico che nelle terre di camorra vale più dell’oro: la faccia. Il dissociato era, per il codice della strada, un “uomo vinto” ma non un “infame”.

Lo Stato, dal canto suo, per anni ha osservato questo fenomeno con un misto di pragmatismo e sospetto. Se da un lato la dissociazione rompeva l’unità del clan e sanciva la vittoria formale delle istituzioni, dall’altro rischiava di diventare un paracadute per boss che, pur dichiarandosi fuori dai giochi, continuavano a esercitare un carisma intatto sulle nuove leve.

Il messaggio che arrivava dai quartieri era ambiguo: si può smettere di sparare senza smettere di essere un simbolo. La dissociazione diventava così un’omertà “evoluta”, una forma di rispetto per le gerarchie che non venivano scalfite dalle confessioni davanti ai magistrati.

Oggi quel sipario è calato. La magistratura ha alzato l’asticella: il perdono dello Stato non è più in saldo. Senza una collaborazione “attiva, inedita e rilevante”, non ci sono permessi premio né sconti che tengano. Il 41-bis ha spazzato via la poesia del boss malinconico che si ritira a vita privata: o si parla, o si resta nel silenzio del cemento.

Resta però la lezione storica di una Camorra capace di inventarsi “filosofa” per sopravvivere alla cella. La dissociazione è stata l’ultimo tentativo del crimine organizzato di conservare un briciolo di quella dignità criminale che oggi, tra stese di ragazzini e social network, appare definitivamente sepolta sotto le macerie di un passato che non torna.

 

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