Maurizio Casagrande: “Il teatro oggi ha la massima possibilità di espressione”

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Carlo Pascarella

Intervista esclusiva nel Teatro Ariston di Marcianise prima del sipario: teatro, comicità, Napoli e il futuro della scena secondo l’artista partenopeo.

Tra ironia riflessiva, musica dal vivo e una compagnia di grande valore, lo spettacolo prodotto da El Primero Produzioni si rivela un’esperienza teatrale completa e coinvolgente.

di Carlo Pascarella

Il teatro possiede ancora la capacità rara di sospendere il tempo e di trasformare l’attesa in esperienza. Pochi minuti prima che le luci si abbassino, tra velluti silenziosi e brusii trattenuti, ogni gesto assume una densità nuova. È in questa dimensione sospesa che Maurizio Casagrande accoglie l’intervista seduto sulle poltroncine della prima fila del Teatro Ariston di Marcianise, con un sorriso gentile e un piccolo cagnolino – mascotte del cast – adagiato sulle gambe. Un’immagine semplice e autentica che racconta immediatamente la disponibilità e la cordialità di un artista abituato al contatto diretto con il pubblico.

Attore, autore, regista e interprete di profonda versatilità, Casagrande coltiva da decenni una carriera che attraversa teatro, cinema e televisione con una coerenza stilistica rara. Figlio del grande Antonio Casagrande, ha ereditato un’idea di palcoscenico fondata su eleganza, misura e precisione tecnica, trasformandola nel tempo in una cifra personale in cui la comicità si intreccia con riflessioni sottili e improvvisi slanci musicali. Nel corso della sua attività ha sperimentato linguaggi differenti, mantenendo sempre una centralità assoluta del rapporto vivo con lo spettatore. Con “La Prova del Nove”, scritto, diretto e interpretato da lui stesso, lo spettacolo è approdato a Marcianise proponendo una drammaturgia che unisce parola scenica, musica e improvvisazione controllata, trasformando un semplice procedimento aritmetico in metafora esistenziale e chiave di lettura dei rapporti umani.


Cosa rappresenta oggi il teatro dal vivo in un’epoca dominata dai contenuti digitali?
«Credo che proprio questo sia il momento in cui il teatro possiede la massima possibilità di espressione. Viviamo immersi in una quotidianità filtrata dagli schermi, dove tutto passa attraverso dispositivi personali e comunicazioni rapide. Quando si entra in sala, invece, si vive un’esperienza irripetibile, fisica, condivisa. Il pubblico ritrova una dimensione emotiva che non può essere replicata altrove: il respiro collettivo, l’imprevisto, la vibrazione immediata della scena. È un impatto completamente diverso che restituisce al teatro un valore quasi necessario.»

Nei suoi spettacoli convivono comicità, musica e momenti riflessivi: quanto è cambiato il suo modo di far ridere nel corso della carriera?
«Non parlerei di un cambiamento radicale, piuttosto di un arricchimento progressivo. Ho inserito contenuti più profondi, senza rinunciare alla leggerezza. La differenza sostanziale è che in passato interpretavo testi scritti da altri; oggi sono interprete di me stesso e porto in scena una visione più personale. Racconto ciò che sento vicino al mio modo di essere e questo rende il dialogo con il pubblico più sincero, più diretto.»

C’è qualcosa di “La Prova del Nove” che non è stato ancora raccontato?
«La libertà è l’elemento centrale. Gli spettacoli sono costruiti con rigore, ma restano aperti alla possibilità dell’improvvisazione. Se il pubblico mi conduce in una direzione inattesa, posso seguirla. Questa elasticità mantiene la rappresentazione viva e diversa ogni sera.»

Quale insegnamento di suo padre sente ancora vivo quando sale sul palco?
«Mi ha trasmesso l’importanza dell’eleganza e della misura. Amo definirmi un attore napoletano che non indulge nell’eccesso. Mio padre era, come dico spesso, un attore napoletano “all’inglese”: rigoroso, essenziale, mai sopra le righe.»

Oggi è più difficile far ridere a causa del politicamente corretto?
«È diventato più rischioso. Viviamo in un’epoca di grande sensibilità e talvolta di eccessivo buonismo. La comicità deve trovare nuove forme e nuovi equilibri, senza perdere la propria libertà.»

Che rapporto mantiene con Napoli e cosa rappresenta artisticamente oggi?
«La amo profondamente, ma non condivido il racconto esclusivo dei suoi aspetti più volgari o violenti. Napoli possiede infinite sfumature e merita una narrazione più ampia.»

Costruzioni Laziali

Qual è la “prova del nove” per i giovani che desiderano vivere di spettacolo?
«È un momento complesso: il successo sui social spesso prescinde dalla preparazione. Diventa difficile spiegare che la qualità resta fondamentale.»

Tra i suoi progetti, quale sente più vicino?
«Il film “Una donna per la vita”. È stato trattato con durezza dalla critica, ma rappresentava un tentativo sincero di dire qualcosa di personale.»

La recensione dello spettacolo

“La Prova del Nove” si rivela una costruzione teatrale articolata e sorprendentemente stratificata. L’idea numerica del titolo si trasforma in metafora di verifica esistenziale: la scena diventa un laboratorio emotivo in cui il pubblico è invitato a interrogare la realtà attraverso la lente dell’ironia.

La regia procede per sottili variazioni di tono, alternando momenti di brillante leggerezza a passaggi di riflessione più intima. Il ritmo scenico, attentamente calibrato, evita qualsiasi cedimento grazie a un equilibrio costante tra parola, gesto e musica. La risata nasce spontanea ma non resta superficiale: si trasforma progressivamente in strumento di consapevolezza.

Casagrande domina la scena con precisione millimetrica, guidando lo spettatore attraverso dialoghi, monologhi e improvvisi cambi di registro. La sua presenza non si impone con eccessi, ma con una misura elegante che valorizza ogni pausa e ogni inflessione.

Accanto a lui, la compagnia contribuisce in modo decisivo alla riuscita complessiva. Ania Cecilia offre una prova di grande intensità, distinguendosi per doti vocali di notevole qualità: le sue esecuzioni musicali non rappresentano semplici intermezzi, bensì momenti di autentico incanto che arricchiscono la narrazione scenica. Bruno Galasso costruisce contrappunti comici efficaci grazie a una padronanza della clownerie capace di amplificare il ritmo dell’azione.

L’ensemble musicale – Giuseppe Iervolino, Sergio Dileo e Salvatore Rainone – assume un ruolo attivo nel racconto, dialogando con gli attori e contribuendo alla costruzione di atmosfere sonore che amplificano la dimensione emotiva delle scene.

La produzione di El Primero Produzioni, guidata da Luigi Esposito, conferma una visione organizzativa attenta alla qualità artistica e alla valorizzazione del teatro come esperienza culturale completa. La gestione del Teatro Ariston di Marcianise si distingue per cura e professionalità, offrendo un contesto ideale a uno spettacolo che ambisce a lasciare traccia nella memoria del pubblico.

Al termine della serata rimane la percezione di aver assistito a un lavoro capace di coniugare intrattenimento e profondità. La risata diventa così strumento di lettura del presente e il teatro riafferma la propria funzione di spazio condiviso di pensiero ed emozione: forse la più autentica prova del nove del nostro tempo.

Di seguito intervista video:

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