Montagne in fiamme, portafogli gonfi: il perverso mercato del fuoco all’italiana

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Domenico Panetta
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L’editoriale del direttore – Prendete un ettaro di bosco rigoglioso, di quelli che producono ossigeno gratis, trattengono il terreno con le radici e non chiedono un solo euro di stipendio. Un capolavoro della natura. Ma per lo Stato italiano, quel bosco pulito e immobile vale zero. Anzi, è un costo noioso.

Poi arriva il solito “ignoto” con un accendino da un euro. Un gesto di un secondo. E d’incanto, la magia: quel pezzo di terra devastato e annerito si trasforma in una miniera d’oro zecchino.

Benvenuti nella Repubblica delle Emergenze Permanente, dove la prevenzione fa schifo a tutti perché non fa fare i titoloni al TG2, non permette tagli di nastro e non fa girare le fatture, mentre la catastrofe è un affare d’oro per una filiera luccicante di soggetti privati, multinazionali dell’aria e ditte convenzionate.

Mentre le montagne vanno in fumo e la fauna brucia viva, nei bilanci pubblici scatta il pallottoliere dell’incasso:

 I taxi del cielo: Un Canadair CL-415 in volo non costa una manciata di spiccioli: viaggia a una tariffa che oscilla tra i 10.000 e i 15.000 euro all’ora. Avete capito bene: all’ora. Piloti, manutenzione ordinaria, straordinaria e carburante ad alto numero di ottani. E a gestire la flotta di Stato non è il Genio Civile, ma colossi privati dell’aviazione che firmano ricchi contratti d’appalto pluriennali. Se l’incendio dura tre giorni anziché tre ore, per le casse pubbliche è un salasso, ma per la contabilità dell’appaltatore è un weekend di festeggiamenti aziendali.

 La giostra dei soccorsi: Per muovere la mastodontica macchina dell’Antincendio Boschivo tra elicotteri regionali a nolo, autobotti, straordinari del personale e logistica da campo, l’Italia brucia ogni anno una cifra che oscilla tra i 500 e i 700 milioni di euro. Soldi nostri, s’intende, versati con le tasse di chi poi si vede la collina dietro casa ridotta a un cumulo di cenere.

 I pompieri del “giorno dopo”: Ma l’aspetto più esilarante arriva a fiamme spente. Siccome il terreno arso, alla prima pioggia d’autunno, viene giù verso il fondovalle che è una meraviglia, scatta la seconda fase dell’opera di beneficenza pubblica: gli appalti di “somma urgenza”. Milioni di euro in finanziamenti statali ed europei per barriere antifrana, tiranti, gabbioni di contenzione, pulizia delle carcasse d’albero e ripiantumazioni affidate a ditte d’ingegneria naturalistica, imprese edili e vivai specializzati.

La legge n. 353 del 2000, va detto per onestà, un merito ce l’ha: vieta di costruire o cambiare destinazione d’uso ai terreni bruciati per 15 anni. Almeno si è evitato che le fiamme diventassero la solita colata di cemento armato per i palazzinari di turno. Ma la vera stortura, quella sistemica, è un’altra.

Spendiamo cifre astronomiche per spegnere gli incendi e bonificare le macerie, ma quando si tratta di stanziare due spiccioli d’inverno per pulire il sottobosco, creare le fasce tagliafuoco o assumere guardie forestali con contratti stabili per pattugliare i punti critici, i soldi “non ci sono mai”. Mancano le risorse, dicono con la faccia finta di bronzo.

Perché la prevenzione è noiosa. Non muove le flotte aeree, non fa fare le conferenze stampa in maniche di camicia con la mappa dei focolai alle spalle e, soprattutto, costa troppo poco per risultare interessante a chi sulle emergenze ci ha costruito un impero. In Italia, insomma, il fuoco non brucia soltanto gli alberi: è il combustibile perfetto per tenere acceso il solido, inossidabile e privatissimo mercato del soccorso pubblico.

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