Prima scroccano il lavoro e poi ti vogliono fedele: il vizio della Lega di non pagare i giornalisti

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Domenico Panetta
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Cassino Birra 2026

La voce scomoda del direttore
Cassino
– Il Carroccio e la bizzarra pretesa delle prestazioni professionali a gratis: ti chiamano sul palco per sfruttare le tue competenze, dimenticano di saldare la fattura, ma pretendono di averti comprato d’ufficio. Il ritratto di un partito che confonde la deontologia con il volontariato di regime.

Benvenuti nel meraviglioso mondo della Lega (e dintorni), dove la logica non è un’opinione, ma un optional di lusso, e dove il lavoro giornalistico viene interpretato secondo la nobile regola del “lavora per noi, facci fare bella figura, ma non azzardarti a chiedere il conto”.

Prendete il caso che sta agitando il dibattito locale, immortalato in un sublime post social di Vincenzo Marrone coordinatore cittadino della Lega nei confronti del sottoscritto visibile nell’immagine ⁠di seguito.

Ora, a guardare quello scatto, balza subito all’occhio un dettaglio drammatico: la foto pubblicata dal coordinatore è talmente sgranata, mossa e a bassa risoluzione che sembra scattata con un citofono dei primi anni Duemila. Un reperto archeologico digitale che, purtroppo per il pubblico, non rende minimamente giustizia all’eleganza del sottoscritto, letteralmente sommerso da una tempesta di pixel sbiaditi. Ma d’altronde, se in casa Lega risparmiano sui compensi dei professionisti, figuriamoci se investono in uno smartphone con una fotocamera decente.

Eppure, a dispetto della nebbia digitale, la tesi di Marrone emerge nitida in tutta la sua assurdità: se un giornalista presenta un evento politico del centrodestra — magari conducendolo con brio, professionalità e “brillantemente”, come ammette lui stesso tra un pixel e l’altro — allora quel giornalista è automaticamente proprietà del partito. Un militante col timbro, un megafono schierato.

Secondo questa geniale proprietà transitiva leghista, se un cronista modera un dibattito sui diritti civili è un bolscevico; se presenta le primarie della Lega, è un salviniano di ferro. Il concetto che esista una cosa chiamata professione, o magari il semplice rispetto dei ruoli, dalle parti del Carroccio deve essere un concetto astratto. Tipo la fisica quantistica. Tra altro il sottoscritto non è stato mai pagato come confermato da Marrone.

La conferma

Ma il capolavoro della commedia dell’assurdo si raggiunge quando si scende nei dettagli concreti. Nel post in questione spunta il classico commentatore da tastiera che evoca il latino per darsi un tono: “Pecunia non olet”, i soldi non puzzano. Come a dire: “Sei lì, quindi ti hanno pagato, quindi sei dei loro”.

E invece no. Qui scatta il cortocircuito cerebrale e si svela il vero “metodo Lega”. Come ricordato ieri dal sottoscritto chiamato in causa nel post, non solo quelle prestazioni professionali (che a loro erano pure piaciute parecchio) sono state fatte su loro richiesta, ma sono state interamente non pagate . Non è stato percepito nemmeno mezzo euro. Zero. Nihil.

E allora la domanda sorge spontanea: perché Marrone e i suoi sodali deducono con tanta certezza che la presenza di un giornalista equivalga a una totale sottomissione politica? Se la Lega non paga le prestazioni professionali almeno al sottoscritto (però chiedete in giro magari non sono l’unico)  e scrocca le competenze dei giornalisti, per quale strano meccanismo psicologico li considera “roba propria”? Con questi presupposti come pensate di Governare la città? 

A pensar male si fa peccato, diceva quel divo di Giulio, ma spesso ci si azzecca. Se nella testa dei leghisti locali vige l’equazione “giornalista sul palco = giornalista comprato” — anche quando il portafoglio di partito è rimasto rigorosamente chiuso — sorge il forte sospetto che il loro modo di intendere il sistema dell’informazione sia leggermente distorto.

La domanda principale, che resta lì come un elefante nella stanza, è una sola: non è che, per caso, la Lega adotti abitualmente il collaudato sistema del “compra-articoli”? Perché è l’unica spiegazione logicamente sostenibile per giustificare un simile riflesso pavloviano.

Chi è abituato a considerare i giornalisti come merce di scambio, non può concepire che qualcuno svolga il proprio lavoro per pura deontologia, per dare voce a un evento, o semplicemente per cronaca.

Per loro, se presti la tua opera professionalmente, sei marchiato. Salvo poi scoprire che il giornalista, dopo aver visto da vicino il loro modo di agire, di fare politica e di ignorare i compensi, ha preferito prendere le distanze.

Cassino Birra 2026

E a Marrone, che ancora si interroga con una foto sgranata sul perché quel “Signore col microfono in mano” oggi non sia più allineato, va ricordato che quel giornalista non può essere allineato con partiti di destra e non resta che  la mia ironica chiosa finale  : “Visto che mi hai ricordato quanto accaduto, a chi mando la fattura?”. Sempre che la Lega conosca il significato della parola.

Ah, quasi dimenticavo. Gira voce che anche il candidato Buongiovanni stia ancora scrutando l’orizzonte, in fiduciosa e ormai messianica attesa di quei “grandi imprenditori” che — così si narrava con finto piglio iniziato ai tavoli, tra un espresso e l’altro — avrebbero dovuto finanziare e sostenere la sua gloriosa campagna elettorale. Ma si sa, dalle parti della Lega il caffè ha sempre creato qualche problema di digestione negli ultimi tempi. Troppo amaro da buttare giù, specie quando scopri che, dopo averti promesso il pranzo di gala, ti lasciano sul tavolo persino il conto del bar. Da pagare rigorosamente a gratis.

Comunque, ogni nuvola ha un risvolto d’argento. Bisogna sinceramente ringraziare il coordinatore cittadino Vincenzo Marrone: la sua pubblica e candida ammissione di aver usufruito di prestazioni giornalistiche brillanti senza sborsare un quattrino è stata un’illuminazione. L’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. È già partita una bella PEC formale indirizzata direttamente a Matteo Salvini, giusto per rinfrescare la memoria al Capitano sulle “eccelse” condizioni di salute e di eleganza in cui la sua Lega locale fa operare la stampa sul territorio, accumulando prestazioni non retribuite. Chissà che tra i quarantaquattro gatti e i ponti sullo Stretto, il leader non trovi cinque minuti per spiegare ai suoi coordinatori che il lavoro si paga. E che la dignità della stampa non si scrocca. Nemmeno sotto forma di pixel sfocati.

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