Quel Ponte… Sono passati centosettantasei anni. Nel frattempo abbiamo visto due guerre mondiali, la caduta della monarchia

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Domenico Panetta
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L’ editoriale del direttore 
Ci voleva il genio italico, declinato nelle sue massime espressioni ministeriali e infrastrutturali, per trasformare un’idea di Plinio il Vecchio in un bancomat perenne a spese del contribuente. L’ultima grancassa propagandistica sul Ponte sullo Stretto di Messina ce la spacciano come la Grande Opera del Secolo, il Rinascimento del Sud, il miracolo ingegneristico che stupirà il mondo. E in effetti il mondo lo stupiamo da un pezzo, ma per il ridicolo.

Per capire la serietà dei cantori odierni del Ponte, basta scorrere l’album dei ricordi. Già nel 1850, in pieno brio da rivoluzione industriale, il ministro Giuseppe Zanardelli declamava felice: “Sopra i flutti o sotto i flutti, la Sicilia sia unita al Continente”. Sono passati centosettantasei anni. Nel frattempo abbiamo visto due guerre mondiali, la caduta della monarchia, l’avvento della Repubblica, l’uomo sulla Luna e l’invenzione di internet. Ma sopra i flutti e sotto i flutti, l’unica cosa che si è unita con successo sono le tasche dei progettisti con i fondi pubblici.

Se poi vogliamo dare retta a Plinio il Vecchio, il primo a provarci fu il console romano Lucio Cecilio Metello nel 251 avanti Cristo, che mise insieme barche e botti di legno per trasportare a Roma gli elefanti strappati ai cartaginesi. Ecco: l’impressione è che da allora l’unica cosa rimasta immutata sia proprio la presenza di un immenso elefante nella stanza. Anzi, una mandria di elefanti bianchi — quelle opere inutili e costosissime — regolarmente spacciati per imminenti.

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La vera svolta nella commedia, però, arriva nel 1969. Il Ministero dei Lavori Pubblici, non sapendo cosa fare, bandisce un “Concorso internazionale di idee”. Arrivano 143 proposte. E siccome in Italia vige la regola del “non dispiacere a nessuno”, chi vince? Vincono in sei, a pari merito. Un capolavoro democristiano. Risultato pratico: zero.

Ma il vero colpo di genio arriva nel 1981 con la nascita della società Stretto di Messina S.p.A.. Una scatola vuota di infrastrutture ma pienissima di poltrone, nata con lo scopo statutario di “dare una scossa”. Infatti, per tutti gli anni Ottanta la scossa si traduce in una progettazione a passo di lumaca artrosica, dove l’unica cosa che corre sono gli stipendi dei consiglieri d’amministrazione e dei consulenti. Poi nel 1992 arriva Tangentopoli, si scopre dove finivano i soldi delle grandi opere e la baracca subisce una comprensibile frenata.

Oggi i nipotini di quella stagione tornano a promettere l’apertura dei cantieri, i posti di lavoro, l’alta velocità (su binari che in Sicilia, spesso, sono ancora a binario unico e non elettrificati, ma questo è un dettaglio che disturba il racconto).

Ora, la domanda che un cittadino dotato di pollice opponibile e memoria minima dovrebbe porsi è: si può credere a chi promette di realizzare dopodomani un’opera che è in “fase di avvio” dal 1850? Si può dare credito ai professionisti dell’annuncio che rispolverano lo stesso plastico da trent’anni, cambiando solo il colore della cravatta in conferenza stampa?

La risposta è ovviamente no. Ma il punto non è mai stato fare il Ponte. Il punto è progettarlo, fare studi di fattibilità, nominare commissari, liquidare penali, finanziare società di comunicazione. Il Ponte sullo Stretto non è un’infrastruttura: è uno stato d’animo. O, più prosaicamente, un cantiere eterno dell’anima dove l’unica cosa che si getta davvero, ogni giorno, sono i soldi dei cittadini.

E d’altronde, parliamoci chiaro: questi sono gli stessi che vi promettono città pulite, trasporti svizzeri e burocrazia zero.

La domanda sorge spontanea: sono credibili? Si può credere a chi promette di realizzare dopodomani un’opera che è in “fase di avvio” dal 1850? Si può dare credito ai professionisti dell’annuncio che rispolverano lo stesso plastico da trent’anni, cambiando solo il colore della cravatta in conferenza stampa? La risposta ai lettori…

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