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L’editoriale del direttore
L’idea di voler far passare a tutti i costi Cassino come una città attanagliata da un alto indice di criminalità organizzata non è solo un’operazione sociologica discutibile, ma rappresenta un colpo basso che lede profondamente l’immagine della città.
Etichettare un intero centro urbano — cuore pulsante del commercio, dell’università e della cultura del Basso Lazio — con la categoria del “territorio di insediamento strutturato delle mafie” rischia di generare un cortocircuito pericoloso. Se da un lato è doveroso mantenere alta la guardia e supportare il lavoro delle forze dell’ordine, dall’altro l’uso politico di certi allarmismi finisce per oscurare le eccellenze del territorio, scoraggiare gli investimenti e mortificare una cittadinanza fatta di lavoratori e onesti cittadini.
L’ultimo feticcio della propaganda securitaria ha finalmente trovato il suo palcoscenico ideale: la città di Cassino di certo non famosa agli occhi della cronaca per attività criminali locali. Il progetto “Strade Sicure”, nato per presidiare i centri nevralgici delle metropoli, viene ora invocato dalla Lega come panacea per la “criminalità” a Cassino, dove il massimo picco di illegalità è rappresentato da un divieto di sosta davanti alla chiesa o da un gatto che attraversa col rosso.
Mentre la Lega di Matteo Salvini continua a sventolare il vessillo del “più divise ovunque” (forse per coprire il grigiore di sondaggi non proprio entusiasmanti), persino il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dovuto indossare i panni del realista. Crosetto, con la pazienza di chi deve spiegare la logistica a chi usa solo slogan, ha ribadito più volte che i militari “devono tornare a fare i soldati”.
Capiamoci, mandare un militare addestrato per scenari internazionali a presidiare Corso della Repubblica dove il “pericolo” è un pensionato che discute del tempo, non è sicurezza: è arredamento urbano costoso. Un soldato fermo davanti a un monumento è un soldato che non si addestra, una risorsa sottratta alla Difesa per alimentare la percezione (parola magica del marketing politico) di chi vuole sentirsi protetto anche dal nulla.

Se davvero vogliamo parlare di “sicurezza” e di “territori presidiati”, forse dovremmo spostare lo sguardo dalle strade polverose dei piccoli comuni ai corridoi dei palazzi del potere. Più che “Strade Sicure”, l’Italia avrebbe bisogno del progetto “Politica Sicura”.
È curioso che a chiedere l’invio dell’Esercito per garantire l’ordine pubblico sia proprio un partito che, storicamente, ha avuto qualche difficoltà a mantenere l’ordine… nei propri conti correnti. Se la sicurezza è “certezza della norma”, la storia recente della Lega offre spunti di riflessione che rasentano il surreale:
• Il tesoro fantasma: I celebri 49 milioni di euro di rimborsi elettorali, che la Cassazione ha ordinato di restituire perché frutto di truffa ai danni dello Stato. Una cifra che farebbe impallidire qualsiasi “microcriminale” dello Scalo.
• La gestione dei fondi: Dalle condanne definitive di Umberto Bossi e Francesco Belsito, fino ai casi più recenti che coinvolgono commercialisti e “uomini macchina” del partito per peculato e autoriciclaggio (come il caso Lombardia Film Commission).
• La “sicurezza” dei rimborsi: Solo nel 2024, il partito ha dovuto restituire ulteriori 800mila euro di fondi illeciti.

Il progetto “Politica Sicura” dovrebbe prevedere una “garitta della legalità” all’ingresso di ogni sede di partito. Perché è troppo facile invocare il pugno di ferro contro l’immigrato che bivacca in stazione o il venditore abusivo, quando poi si gestiscono i soldi pubblici con la stessa spregiudicatezza di un giocatore d’azzardo.
La vera insicurezza non è il borgo senza pattuglia, ma il cittadino che non sa dove finiscono le proprie tasse. Un partito che ha “smarrito” 49 milioni di euro dei contribuenti dovrebbe avere il pudore di non parlare di “lesta tenuta” della legalità.
Invece di mandare i soldati a controllare che nessuno rubi le margherite nelle nuova villa Comunale di Cassino, chiediamo trasparenza totale. Chiediamo conti pubblici che non sembrino scritte sulla sabbia e bilanci che non richiedano l’intervento della magistratura ogni due anni. Questa sarebbe la vera “Strade Sicure”: una strada dove chi guida il Paese non scambia la cassa comune per il proprio bancomat. Insomma il tema “sicurezza” non è proprio il pezzo forte della Lega.






