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La Rubrica del direttore
27 giugno 1980. Ore venti e cinquantanove. Un venerdì sera qualunque. Un DC-9 dell’Itavia vola da Bologna a Palermo. A bordo ci sono ottantuno persone. Famiglie che vanno in vacanza, studenti che tornano a casa, bambini che sognano il mare. Volano a settemila metri d’altezza. Il cielo sul Tirreno è sereno. Un cielo pulito, dicono.
Ma quel cielo, quella notte, non era vuoto. Era un affollato, silenzioso, invisibile campo di battaglia. Poi… la traccia scompare. Un’ultima parola spezzata dai piloti — “Gua…” — e poi il nulla. Ottantuno vite inghiottite dal mare di Ustica.
E subito dopo il boato, inizia la grande commedia del silenzio. Avete mai sentito parlare della Sinadex?
Un nome che sembra una marca di detersivo, un farmaco per la testa, un codice di servizio. Invece era un’esercitazione simulated-radar dell’Aeronautica. Un’esercitazione “fantasma”, usata per anni nei faldoni ufficiali per giustificare orari, presenze, tracce nei radar e registri che non tornavano.
Quando i giudici cominceranno a scavare — anni dopo, faticosamente, contro muri di gomma — chiederanno ai militari: “Chi c’era alla consolle quella notte? Che cosa stavate facendo?”
E la risposta pronta, la versione d’ordinanza, era sempre quella: “C’era la Sinadex. Un’esercitazione addestrativa, una routine.” Peccato che alla Sinadex ci lavorassero i fantasmi.
Militari messi a registro in servizio a centinaia di chilometri di distanza che in realtà erano in licenza, a casa con la famiglia. Responsabili che improvvisamente non ricordavano più nulla. Nastri radar “casualmente” strappati, sovrascritti, spietatamente spariti proprio in quella finestra di minuti tra le venti e le ventuno.
Vi spiego cosa è la sinadex, poi andiamo avanti La Sinadex (acronimo di Simulated Radar Exercise) era un’esercitazione di simulazione radar condotta dall’Aeronautica Militare italiana. Veniva utilizzata per l’addestramento periodico dei controllori di volo e degli operatori della Difesa Aerea nei vari centri radar territoriali (come Marsala, Licola o Poggio Renatico) attraverso la riproduzione di tracce e scenari registrati su nastro.
Il paravento burocratico dietro cui nascondere che quella sera nei nostri cieli c’era una vera e propria caccia. Caccia americani, francesi, MiG libici che giocavano a nascondersi all’ombra degli aerei di linea civili. Un incrocio perverso di rotte e di missili nel bel mezzo di una guerra fredda non dichiarata.
Mentre un aereo civile precipitava a oltre tremila metri di profondità, la macchina dello Stato si attivava non per cercare la verità, ma per cancellarla. Fogli strappati, perizie manipolate, segreti d’Istituzione applicati come un coperchio di piombo su un pozzo di vergogna.
Per decenni ci hanno detto che era stato un cedimento strutturale. Poi una bomba nel bagno. Qualsiasi cosa, pur di non ammettere la verità più spaventosa: che quel volo è stato abbattuto. Vittima collaterale di un cielo svenduto, in cui la sovranità nazionale e la vita di ottantuno cittadini valevano meno di un patto di alleanza geopolitica.
E la Sinadex? È rimasta lì, nei verbali, come il simbolo di tutti i depistaggi italiani. La parola magica per dire: “Non guardate qui, non c’è niente da vedere, eravamo solo impegnati in una simulazione.”
Ma il mare di Ustica non simula. Restituisce solo pezzi di metallo spezzato, scarpe spaiate e ottantuno storie che attendono ancora una dignità completa. Nessuna esercitazione potrà mai simulare il dolore di chi è rimasto a terra. Nessun segreto di Stato potrà mai cancellare l’odore di quella notte.






