Vent’anni di dolore e resistenza: la storia di Gelsomina Verde e il coraggio di suo fratello Francesco

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Domenico Panetta
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Il 21 novembre 2004, nel pieno della prima violenta faida di Scampia, la camorra uccideva Gelsomina Verde. Aveva 21 anni, faceva dopo scuola e  volontariato aiutando i ragazzini ad acquisire una cultura tale da allontanarli dalla strada ; la sua unica “colpa” fu quella di aver conosciuto Gennaro Notturno appena uscito dal carcere  una breve relazione finita prima che  Notturno si legasse successivamente a uno dei clan in guerra. Gelsomina venne sequestrata, torturata e infine bruciata all’interno della sua auto: un atto di una ferocia tale da scuotere le coscienze di tutta Italia e segnare l’inizio della fine dell’impunità per il clan Di Lauro.

A vent’anni da quella tragedia, il fratello Francesco Verde continua a essere il volto e la voce di una resistenza che non accetta compromessi. Francesco non è solo un familiare che chiede giustizia; è un uomo che ha saputo trasformare il proprio passato difficile e un dolore incalcolabile in un percorso di riscatto civile e artistico.

In questa intervista, Francesco ripercorre i momenti drammatici della notte dell’omicidio, le battaglie legali contro i cavilli burocratici dello Stato e la scelta coraggiosa di restare a vivere a Secondigliano, dimostrando che la dignità di una vittima innocente è un patrimonio che nessuna minaccia può scalfire.

Francesco Verde: Vent’anni di resistenza

1) Sua sorella è stata brutalmente uccisa. I responsabili sono in carcere? Lei si sente sereno?

Risposta: Mia sorella è stata ammazzata il 21 novembre 2004. Fu attirata in trappola da Pietro Esposito, un affiliato al clan Di Lauro, che fece da “specchietto per le allodole”: la trattenne mentre arrivavano Ugo De Lucia, Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi. La sequestrarono, la torturarono e la uccisero perché volevano informazioni su Gennaro Notturno, un uomo passato con gli “scissionisti” durante la faida del 2004.

Pietro Esposito fu arrestato quasi subito perché era stato l’ultimo a essere visto con lei. Dopo la convalida del fermo, decise di collaborare con la giustizia, confessando di aver consegnato mia sorella nelle mani del commando. All’epoca, però, solo Ugo De Lucia fu condannato all’ergastolo ostativo (2007). Pietro Esposito, come collaboratore, ricevette una pena ridotta (circa 7 anni per l’omicidio, 27 totali).

Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi, invece, sono rimasti impuniti per 18 anni, 8 mesi e 6 giorni. Sono stati arrestati solo il 27 luglio 2023. Prima di allora, siamo stati costretti a incrociarli per strada. Purtroppo, dopo vent’anni, l’aggravante del possesso di armi è andata in prescrizione: questo ha impedito la condanna all’ergastolo, tramutandola in una pena di 30 anni.

Sereno non mi sento da una vita. Mi sono imposto di combattere per la memoria di mia sorella e subiamo ancora minacce. Mi sento tradito da una legge che condanna a soli 30 anni chi ha commesso un omicidio così barbaro. Noi familiari siamo stati condannati all’ergastolo del dolore vent’anni fa, mentre loro hanno vissuto liberi per decenni. La pena massima non mi avrebbe ridato Gelsomina, ma sarebbe stata una garanzia di giustizia per tutti.

2) Lo Stato come si è comportato nei vostri confronti?

Risposta: Non bene. Siamo stati l’unica famiglia a costituirsi parte civile mentre la faida era ancora in corso e si continuava a sparare. Anche su Wikipedia si cita la sentenza in cui il giudice sottolinea che, nonostante decine di morti e attentati, l’unica richiesta d’aiuto allo Stato venne dalla famiglia Verde.

Siamo stati una “perla di resistenza” in un territorio martoriato, ma lo Stato non ci ha mai sottoposto a un programma di protezione. Ci ha lasciati soli. Ancora oggi, nonostante i verbali dicano che siamo persone oneste ed estranee alla criminalità, mia sorella non viene pienamente riconosciuta come “vittima innocente” per via di cavilli burocratici legati a lontani legami di parentela.

3) Cosa ricorda della notte dell’omicidio?

Risposta: È un ricordo indelebile. Aspettavo Gelsomina sul divano; vivevamo in simbiosi. Verso le due di notte bussarono i Carabinieri. Io avevo un passato burrascoso nell’adolescenza (microcriminalità, non camorra), ma ormai lavoravo da due anni e avevo cambiato vita. Inizialmente pensai che cercassero me per qualche vecchio errore, ma poi fecero il numero di targa della macchina di mia sorella. Pensammo a un incidente o che avesse prestato l’auto a qualcuno.

In caserma mi trattarono malissimo, pensando fossi io il responsabile indiretto della sua morte. Poi un carabiniere mi disse bruscamente: “A tua sorella hanno sparato in testa e le hanno dato fuoco”. Persi il controllo, diedi un pugno a una porta. Non volevo crederci, finché non mi mostrarono i suoi oggetti bruciati.

Pretesi di vederla. All’obitorio del Policlinico vidi una scena atroce: un corpo completamente bruciato, un tronco senza mani né piedi, con un foro nel cranio. La riconobbi da un unico piede rimasto integro e dai suoi occhi. Aveva solo 21 anni; ne avrebbe compiuti 22 dopo quindici giorni.

4) Vivete ancora a Secondigliano?

Risposta: Sì, nella stessa casa. È il nostro atto di resistenza. Si dice spesso che le vittime siano “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Io dico che le persone oneste sono sempre al posto giusto; sono i criminali a essere fuori posto.

Restare ha avuto un prezzo. Nel giugno 2024, il padre di uno dei condannati è venuto sotto casa a minacciare mia madre, dicendo che le avrebbe fatto fare la stessa fine di Gelsomina. Mia madre ha denunciato e lui è stato arrestato. Per ritorsione, la suocera di questo individuo ha denunciato me per fatti inventati. Ecco a cosa siamo sottoposti per aver scelto di non scappare.

5) Dal carcere al set: come si è sentito a recitare nella serie “Gomorra”?

Risposta: Sono uscito dal carcere nel 2002 e ho iniziato a lavorare onestamente prima della morte di mia sorella. Dopo la tragedia, per anni sono stato sotto pressione mediatica. Nel 2010 ho partecipato a un progetto editoriale, Scampia Trip, raccontando la mia storia di riabilitazione. Da lì è nata una sceneggiatura teatrale. Anche se non ero un attore, chi meglio di me poteva trasmettere quel dolore?

Costruzioni Laziali

Nel 2016 ho ottenuto la riabilitazione legale completa. Ciro Corona mi spinse a studiare recitazione seriamente. Mi candidai per la seconda stagione di Gomorra. All’inizio ero titubante, perché la serie traeva ispirazione anche dalla morte di mia sorella. Ma ho deciso di partecipare per dare una svolta: non volevo più vedere il “bicchiere mezzo vuoto”. Volevo che Gomorra fosse il principio del mio cambiamento, come una fenice che rinasce dalle ceneri. Da lì ho iniziato una carriera nel cinema.

6) Da quel giorno a oggi, a Scampia è cambiato qualcosa?

Risposta: Purtroppo sì, e dico “purtroppo” perché il prezzo è stato il sangue di Gelsomina e di altri innocenti. Vent’anni fa il clan Di Lauro dominava tutto, corrompendo persino parte delle istituzioni e guadagnando cifre astronomiche. Oggi l’egemonia non dura più vent’anni, ma pochi mesi, grazie alle indagini veloci. Ci sono associazioni, c’è volontariato e la gente ha iniziato a denunciare. Questo lo dobbiamo al sacrificio di Gelsomina Verde, Dario Schierillo, Gianluca Ciminiello e tanti altri.

7) I killer di sua sorella godono di benefici?

Risposta: Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi sono in carcere. Pietro Esposito è libero da anni. Ugo De Lucia, pur avendo l’ergastolo ostativo, dal 2017 gode di permessi premio. È incomprensibile, dato che non c’è stato un pentimento ufficiale.

Ho scoperto che ha potuto incontrare in carcere Gennaro Notturno (l’obiettivo originale del clan). Mi chiedo come sia possibile che due nemici giurati si siano incontrati in carcere e che, poco dopo, siano apparse foto di Ugo De Lucia che festeggia il compleanno fuori dal carcere. Mi fa riflettere su come lo Stato baratti permessi e benefici, mentre noi familiari dobbiamo ancora lottare per dimostrare la nostra onestà.

8) Il caso è arrivato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo?

Risposta: Sì. Abbiamo contestato una legge che negava lo status di “vittima” a chi avesse parenti entro il quarto grado con precedenti penali. È assurdo: la legge deve punire chi commette il reato, non i familiari. La Corte Costituzionale ha infine dichiarato illegittima quella norma. È stata una vittoria, ma il Ministero continua a fare ricorso. È una battaglia infinita per la dignità.

9) Se incontrasse chi ha ucciso sua sorella, cosa direbbe?

Risposta: Non lo so. Oggi ti direi che Gelsomina l’ha uccisa la camorra, ma la nostra vita è stata distrutta anche dallo Stato e dai pregiudizi della gente comune. Ai killer chiederei solo: “Ne è valsa la pena?”. Hanno distrutto vite per un beneficio effimero del loro clan, mentre noi, nonostante tutto, abbiamo scelto di non diventare come loro. Questa è la nostra forza.

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