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Lazio – Un’analisi sui dati delle Camere di commercio diffusi da Confesercenti rivela una crisi profonda. La regione registra una contrazione del 23,9%, mentre a Roma il turismo di massa non basta a salvare le attività di quartiere: sparito un bar su tre.
Un caffè veloce al banco prima di entrare in ufficio, le pagine dei quotidiani sfogliate sul tavolino, il saluto del barista e quattro chiacchiere con i soliti noti. È il rituale del bar sotto casa, simbolo inconfondibile dello stile di vita italiano, che rischia però di trasformarsi nel ricordo di un’epoca passata.
I numeri dell’ultimo report promosso da Confesercenti e basato sui dati delle Camere di commercio fotografano una vera e propria emorragia commerciale. Tra il 2019 e il 2025 le imprese del settore sono scese da 169.839 a 145.766, segnando un calo del 14,2%. In totale sono scomparse oltre ventiquattromila attività in sei anni, al ritmo implacabile di circa quattromila chiusure all’anno, ovvero undici al giorno.

Questo crollo verticalizzato ha sottratto all’economia nazionale oltre 7,2 miliardi di euro tra mancati consumi, perdita di posti di lavoro e gettito fiscale sfumato. Accendendo i riflettori sui singoli territori, emerge la geografia di un disastro sociale ed economico nel quale il Lazio figura in prima riga tra le realtà più colpite d’Italia.
Mentre il Centro Italia registra il calo percentuale più marcato su scala nazionale, con una contrazione del 20,8%, il Lazio si posiziona al secondo posto assoluto per numero di saracinesche abbassate per sempre. Tra il 2019 e il 2025 la regione ha visto sparire ben 4.405 bar, superata in termini numerici soltanto dalla Lombardia, che ha perso 4.957 attività ma su un territorio ben più vasto e popoloso.

Analizzando l’impatto in termini percentuali, la contrazione del Lazio si attesta a un drammatico 23,9%, posizionando la regione al secondo posto nazionale subito dopo le Marche, che guidano la classifica con un calo del 25%. Segue poi la Valle d’Aosta con un ribasso del 22,2% e il Veneto con il 20,1%. In termini pratici, nel territorio laziale ha cessato l’attività quasi un bar su quattro tra quelli presenti prima della pandemia e delle successive crisi economiche.
L’epicentro di questa trasformazione è la Capitale, dove sono scomparsi 2.827 bar, pari a oltre il 30% dei locali attivi nel 2019. Si tratta di una cifra impressionante che da sola spiega la gran parte del saldo negativo registrato nell’intero Lazio.

Il dato romano mette in luce una contraddizione strutturale: il boom dei flussi turistici non compensa la perdita del tessuto economico locale. L’afflusso record di visitatori concentra infatti le entrate nelle vie del centro storico e nelle aree a più alta densità monumentale, lasciando scoperte le periferie e i quartieri residenziali. L’avventore occasionale consuma in modo diverso rispetto al residente o al lavoratore abituale, e il suo passaggio non basta a sostenere i costi fissi — dalle bollette agli affitti — dei locali che per decenni hanno rappresentato il presidio sociale di intere comunità.
La scomparsa dei bar non si traduce soltanto in una perdita economica per il Lazio e per l’intero Paese. La chiusura di un locale rionale sottrae ai quartieri un punto di aggregazione spontaneo, aumentandone l’isolamento e accelerando i processi di desertificazione urbana. Senza un cambio di rotta o interventi mirati a sostenere le microimprese di vicinato, il rischio concreto è quello di risvegliarsi in città sempre più omologate e meno vivibili.






