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Napoli – All’alba, quando il quartiere si stava ancora svegliando, il silenzio del Rione Traiano è stato squarciato dai rotori degli elicotteri e dai passi dei reparti speciali. Un’operazione imponente condotta dai Carabinieri, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), ha inflitto un durissimo colpo al narcotraffico nell’area occidentale di Napoli: 31 le misure cautelari eseguite nei confronti di altrettanti affiliati ai clan Petrone-Puccinelli, già finiti nel mirino degli inquirenti in un’analoga maxi-operazione nel 2017.
Un’organizzazione capillare e manageriale capace di generare cifre da capogiro. Come sottolineato durante la conferenza stampa tenutasi in Procura a Napoli — a cui hanno preso parte il procuratore Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto Sergio Amato, il generale Biagio Storniolo e i vertici dei Carabinieri di Bagnoli —, le piazze di spaccio della zona arrivavano a fruttare ben 450mila euro al mese. Nel corso delle perquisizioni sono stati inoltre sequestrati 55mila euro in contanti, un Rolex dal valore di 11mila euro e una preziosa collana di diamanti, simboli dell’ostentata ricchezza del sodalizio criminale.
A svelare i dettagli operativi del clan è stato il generale Biagio Storniolo. La droga non veniva mai tenuta allo scoperto né stoccata in grandi quantità nei luoghi di vendita: venivano applicate logiche aziendali basate sul principio del “just in time”. La sostanza stupefacente era infatti custodita in depositi esterni sicuri e trasferita nei punti di cessione solo pochissimi minuti prima di essere consegnata all’acquirente.
Per garantire lo spaccio e il consumo in totale sicurezza, il clan aveva letteralmente sottratto e sequestrato ai legittimi proprietari le cantine delle palazzine di edilizia popolare. Questi spazi erano stati trasformati in veri e propri “bunker” blindati, protetti da sofisticati impianti di videosorveglianza, dove i clienti potevano non solo acquistare, ma anche consumare la droga al riparo da sguardi indiscreti.
I dettagli emersi dalle indagini tratteggiano una macchina organizzativa perfetta e operante h24, dove ciascuna piazza di spaccio era affidata alla gestione di una specifica famiglia. La forza lavoro seguiva regole ferree e orari simili a quelli di una fabbrica: i pusher lavoravano su turni organizzati di otto ore con retribuzione extra per gli straordinari, mentre le vedette itineranti venivano ruotate continuamente senza mai essere impiegate negli stessi punti per complicare l’individuazione da parte delle forze dell’ordine.
L’organizzazione curava persino l’addestramento attraverso vere e proprie aule di formazione criminale, nelle quali i pusher più anziani insegnavano alle nuove leve i trucchi del mestiere, come le tecniche di taglio della sostanza per massimizzare i profitti. A completare il quadro vi era una regia della videosorveglianza con addetti dedicati a monitorare costantemente gli schermi per segnalare tempestivamente qualsiasi movimento sospetto delle forze dell’ordine.
«Penetrare quel sistema non è stato facile», ha dichiarato il tenente colonnello Giuseppe Musto, comandante del Gruppo Napoli, evidenziando le estreme difficoltà incontrate dagli investigatori nel superare la barriera di omertà, tecnologia e controllo del territorio eretta dal clan.
Per smantellare questa fortezza criminale, l’operazione scattata questa mattina ha visto l’impiego massiccio di risorse: accanto ai reparti territoriali sono scesi in campo gli elicotteri per il controllo dall’alto, il Nucleo Cinofili e i cacciatori, i reparti ad alta specializzazione impiegati per la ricerca di latitanti e l’ispezione di anfratti e strutture blindate. Un segnale forte e chiaro da parte dello Stato e della Procura guidata da Nicola Gratteri per restituire dignità e legalità alla comunità locale.






