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L’editoriale del direttore
C’è un nome che, nella geografia del potere e della memoria italiana, non indica solo una latitudine siciliana, ma una postura dell’anima nazionale: Sigonella. Quando Palazzo Chigi si trova costretto a diramare una nota per precisare che l’Italia agisce «nel pieno rispetto degli accordi» e che ogni richiesta degli alleati viene esaminata «caso per caso», non sta solo facendo diplomazia. Sta parlando ai fantasmi di quarant’anni fa e, contemporaneamente, sta tracciando il perimetro della nostra sovranità odierna.
Le indiscrezioni giornalistiche su un presunto “gran rifiuto” italiano all’uso della base da parte degli Stati Uniti hanno sollevato un polverone che sa di nostalgia e di timore. La smentita — o meglio, la precisazione — del Governo è un esercizio di equilibrismo necessario, ma non può nascondere la complessità di un rapporto, quello con Washington, che non è mai stato una delega in bianco.

La lezione del 1985 non è un dettaglio da poco. Impossibile non tornare col pensiero a quella notte dell’ottobre 1985. Allora, a Sigonella, non si scontrarono solo procedure burocratiche, ma visioni del mondo. Da una parte i Delta Force di Ronald Reagan, convinti che la forza fosse l’unico linguaggio possibile; dall’altra i Carabinieri e i VAM, schierati a difesa di un aereo egiziano per ordine di Bettino Craxi.
Quella fu la “notte del riscatto”. Craxi non era un antiamericano, tutt’altro. Ma sapeva che un’alleanza tra nazioni libere non può essere un rapporto di vassallaggio. «L’Italia non è una colonia», fu il sottotesto di quel braccio di ferro. Fu un momento di orgoglio nazionale che, pur tra mille polemiche, diede al nostro Paese una centralità nel Mediterraneo che oggi guardiamo con malinconica ammirazione.

Oggi il mondo è più frammentato, più pericoloso e meno lineare. La nota di Palazzo Chigi che invoca il «rispetto degli accordi internazionali» e la «coerenza con il Parlamento» riflette una necessità diversa: quella di non farsi trascinare in conflitti per procura o in escalation non condivise.
Dire che ogni richiesta viene esaminata «caso per caso» è la formula magica della sovranità nel XXI secolo. Significa che l’Italia è nell’Alleanza Atlantica con convinzione, ma non con cecità. Significa che la nostra posizione geografica — quella “portaerei naturale” che siamo nel cuore del Mare Nostrum — ha un prezzo politico che gli alleati devono riconoscere.

Il paragone tra il ruggito di Craxi e la cautela del Governo attuale potrebbe sembrare ingeneroso per i tempi odierni, o forse troppo generoso per il passato. Eppure, il nucleo della questione resta identico: l’uso delle basi militari sul nostro suolo è l’ultima parola sulla nostra indipendenza.
Rispettare gli accordi è un dovere. Ma ricordare, come fece Craxi, che su quel suolo la legge è italiana, resta il diritto più alto di ogni nazione che voglia definirsi tale. Il Governo oggi si muove felpato, tra smentite e conferme di rito, ma il messaggio che filtra è lo stesso di allora: l’amicizia con gli Stati Uniti è un pilastro, ma le chiavi di casa nostra restano a Roma. E così deve essere.






