- Anticipare è Vincere: La Regola d’Oro della Leadership. - 12 Settembre 2026; 17:00
- Sicurezza idraulica e tutela del verde sul lungofiume Rapido: sopralluogo a Cassino dopo il crollo degli alberi - 12 Settembre 2026; 13:00
- Musica, emozioni e grandioso successo di pubblico: il concerto di Raf chiude in bellezza l’estate al Teatro Romano di Cassino - 12 Settembre 2026; 10:15
Prendete una sedia, mettetevi comodi e guardate bene questo capolavoro di ipocrisia statistica.
La voce scomoda del direttore – Esce il nuovo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro – titolo profetico: Back to the Future – e scopriamo che nel mondo ci sono 67 milioni di ragazzi disoccupati. Il tasso globale sfiora il 12,4%. Ma la perla, il capolavoro assoluto dell’asimmetria sociale, è un altro: mentre la disoccupazione degli adulti scende dal 3,7% al 3,6%, quella dei giovani sale. Un ragazzo, oggi, ha più di tre volte la probabilità di essere senza lavoro rispetto a un adulto. In pratica, se hai più di quarant’anni un posto lo rimedia pure il destino; se sei giovane, la porta del mercato del lavoro non solo ti viene chiusa in faccia, ma viene anche sprangata con tre mandate e il cartello “Tornate a casa”.
Ma non finisce qui. Perché poi ci sono i numeri che spariscono, la grande illusione contabile. Nel mondo ci sono oltre 257 milioni di giovani – uno su cinque – finiti nella fantastica categoria dei NEET. Non studiano, non lavorano, non si formano. Sono letteralmente evaporati dai radar. Nove milioni in più in soli due anni. E per oltre due terzi parliamo di giovani donne, assorbite dal lavoro di cura non retribuito o semplicemente marginate.

Poi uno dice: “Vabbè, ma noi siamo in Italia, l’eccellenza, il Made in Italy”. Già. L’Istat ci dice che i NEET da noi sono scesi al 13,3%. Peccato che la media europea sia all’11%. Ma il dato vero, quello che fa tremare i polsi, è il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni: un misero 43,9%. In Europa stanno al 58,1%. Quattordici punti di scarto. Significa che in questo Paese più di metà dei ragazzi sotto i 35 anni viene tenuta in una sorta di eterno parcheggio biologico, a carico di mamme e papà. E sapete qual è la beffa? Non serve nemmeno laurearsi. In Italia lavora solo il 74% dei laureati recenti, contro l’86,5% europeo. Spendiamo soldi per formare le migliori menti e poi gli diciamo: “Grazie mille, ora accomodati pure al tavolo dei lavapiatti o prendi un volo d’andata per Londra”.

E in tutto questo scenario da bolgia dantesca, sapete chi arriva? L’Intelligenza Artificiale. L’ILO ci dice che il 6,1% dei posti di lavoro dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni è direttamente esposto alla transizione tecnologica. Tradotto dal burocratese: tutte quelle mansioni d’ingresso – l’amministrazione, il supporto, la gestione dati – quelle in cui un giovane entrava in un’azienda, prendeva le sue prime paghe e, soprattutto, imparava un mestiere, stanno per essere spazzate via dagli algoritmi.

Ed eccolo qui, il corto circuito perfetto. Da una parte avete un sistema d’impresa che cerca soltanto personale “già formato e pronto all’uso”, rifiutandosi di investire un solo euro nella formazione. Dall’altra avete i software e i bot che si mangiano esattamente i gradini più bassi della scala sociale, quelli su cui si muovevano i primi passi.

Allora la domanda nasce spontanea, ed è la vera grande rimossa dal dibattito politico: se alle imprese serve solo chi sa già fare tutto, e le mansioni per imparare le fa un algoritmo, ai nostri giovani cosa resta da fare? Risposta: guardare dal buco della serratura una società che li ha trasformati in esuberi ancora prima di farli entrare.






