Dal paradiso fiscale al paradiso parlamentare

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Domenico Panetta
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Articolo senza pubblicità: ci costano già abbastanza i parlamentari.


Roma – E così scopriamo che il paradiso fiscale non si trova alle Cayman, non ha le palme, non richiede voli transoceanici e – soprattutto – non ha la spiacevole controindicazione di dover nascondere i propri quattrini alle autorità. No, cari lettori: il vero, inarrivabile ed eterno paradiso terrestre ha sede legale a Roma, in due splendidi palazzi d’epoca denominati Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama.

È qui che si compie ogni mese il prodigio della repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro degli altri, s’intende.

Facciamo due conti, perché la matematica non è un’opinione, anche se in Parlamento diventa spesso un’opzione. Prendiamo la busta paga del parlamentare medio. L’indennità di base lorda viaggia sui 10.400 euro (che al netto fanno circa 5.000 euro al mese). Direte voi: beh, uno stipendio dignitoso per servire la Patria. Ma il bello deve ancora venire, perché la Patria è generosa e sa che l’onorevole ha tante spese, poverino. 

Aggiungeteci quindi la diaria di soggiorno a Roma (circa 3.500 euro mensili per compensare lo stress di dormire nella Capitale), il rimborso per l’esercizio del mandato(altri 3.690 euro per i deputati e 4.180 per i senatori, in buona parte forfettari, per pagare collaboratori, portaborse o magari la spesa al supermercato), più i rimborsi per viaggi, aerei, treni, autostrade e telefonia (circa 1.200 – 1.650 euro al mese). 

Totale del pacchetto “Servo dello Stato”: una cifra reale che oscilla tra i 13.500 e i 14.600 euro netti al mese. Ripetete con me: quattordicimila e seicento euro al mese. Netto. Tutti i mesi. 

Ora, la domanda sorge spontanea: perché questa montagna di denaro pubblico accatastata sui conti correnti di gente che, nella maggior parte dei casi, nel privato farebbe fatica a superare lo scoglio del colloquio di selezione per uno stage non retribuito?

La risposta dei padri costituenti – poi opportunamente riveduta e corretta dalle svariate cricche che si sono succedute nei decenni – è una perla di sublime filosofia giuridica: bisogna pagarli tanto per garantirne l’indipendenza ed evitare che cadano in tentazione. Insomma, sono remunerati a peso d’oro per essere “incorruttibili”. Un principio geniale: ti pago io una fortuna così non ti fai pagare dai corruttori. È il concetto di “incorruttibilità preventiva a carico del contribuente”. Se prendessero 2.000 euro al mese, ci dicono, cederebbero alle mazzette. Invece dategliene 14.000 e vedrete che rimarranno immacolati come gigli di campo. Una tesi bellissima, che però incontra un piccolo ostacolo storico: decenni di cronache giudiziarie, mazzette nelle borse, finanziamenti illeciti, valigette e arresti. Ma l’importante è la teoria.

E non è finita. C’è il capolavoro finale, la ciliegina sulla torta di questo banchetto permanente. Se un comune mortale deve timbrare il cartellino per 42 o 43 anni – mentre le varie riforme pensionistiche spostano l’asticella sempre più vicino all’estrema unzione – all’onorevole bastano appena 5 anni di mandato (ossia una sola legislatura) per maturare il diritto al trattamento pensionistico.

Cinque anni. Sessanta mesi di presenze, assenze, pianisti in aula, spintoni in commissione e sonnellini sui banchi in pelle rossa, e il gioco è fatto. A 65 anni la pensione scatta automatica. Chiamatela pure “equità sociale”.

Ecco perché i Caraibi possono chiudere i battenti. Le Cayman, Panama, le Vergini Britanniche sono roba da dilettanti dell’offshore. Il vero paradiso ha le stanze affrescate dal Maccari, le banconote garantite dal MEF e la certezza che, vada come vada la legislatura, a fare i sacrifici saranno sempre e solo quelli fuori dal palazzo.

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