Il partito delle mani pulite (dalle schede)

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Domenico Panetta
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La voce scomoda del direttore 

Ci risiamo. Ogni volta che si aprono le urne e la metà degli italiani decide che andare al mare o sul divano è un’attività intellettualmente più stimolante che scegliere tra un governo di bande e un’opposizione di cartonati, scatta la solita litania di Palazzo. Si accendono le telecamere, i soloni in giacca e cravatta assumono la classica espressione da funerale di Stato e partono i ritornelli della casta: “È una sconfitta della democrazia”, “Dobbiamo intercettare il disagio”, “La gente si è allontanata dalla politica”. Poi, passato il Tg delle venti, stappano lo spumante. Perché per la politica politicante – quella dei politicanti da riporto, dei trasformisti e dei professionisti della poltrona – l’astensionismo non è un problema: è la manna dal cielo.

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Prendete il Governo. In un paese normale, quando va a votare solo il 40 o il 50% degli aventi diritto e tu incassi il 25% dei voti reali, significherebbe che rappresenti, a essere generosi, un misero 12% dei cittadini. Cioè te stesso, i tuoi parenti e i clienti del tuo cerchio magico. Ma nel Paese delle Meraviglie, dove anche una disfatta diventa una “vittoria storica”, quel 12% basta e avanza per blindare la maggioranza, nominare consiglieri d’amministrazione negli enti pubblici e spartirsi poltrone come se nulla fosse.

Peccato che questo giochetto stia iniziando a mostrare la corda. Perché c’è una differenza fondamentale tra chi non vota perché “tanto sono tutti uguali” e chi compie una precisa scelta di sfiducia politica. Non andare alle urne non è più una svista o pigrizia: sta diventando la più brutale, clamorosa e rumorosa mozione di sfiducia che un popolo possa sventolare in faccia a un Governo. È un sasso scagliato dentro il Palazzo, solo che al posto della pietra c’è il vuoto dei seggi.

E qui veniamo al punto che fa tremare i polsi ai furbetti del quartierino: cosa succederebbe se questo “Partito che non c’è” decidesse improvvisamente di federarsi? Se l’astensionismo smettesse di essere una fuga individuale e diventasse una coalizione di scopo?

Immaginiamo la scena. Un domani, quel 50% di italiani che ha deciso di non fare più da foglia di fico alle vergogne altrui trova un contenitore, un obiettivo, un programma minimo basato su poche e chiarissime parole d’ordine: spazzare via i privilegi, cancellare i conflitti di interesse, dimezzare gli stipendi ai parlamentari incompetenti e restituire la dignità alla Costituzione.

Se quell’astensione cosciente si trasformasse in massa d’urto politica, assisteremmo a un terremoto che al confronto il 2022 ( 36.1% astensionismo) sembrerebbe un tè danzante in parrocchia. 1. Il crollo dei cartelli elettorali. I micro-partiti e i cespugli personalistici, quelli nati per garantire il vitalizio al leaderino di turno, sparirebbero alla prima tornata elettorale come neve al sole. 2. La delegittimazione dell’esecutivo. Un Governo non potrebbe più spacciare un pugno di voti di clientela per “mandato popolare irrevocabile”. Sarebbe costretto a fare i conti con la realtà di una maggioranza reale che gli indica la porta di casa. 3. Il panico della casta. Di colpo, i soliti noti non potendosi più spartire le spoglie col trucco dell’affluenza ai minimi storici, dovrebbero trovarsi un lavoro vero. O, nel migliore dei casi, imparare di nuovo cosa significa rispondere ai cittadini e non ai loro finanziatori.

I professionisti del Palazzo sperano fino all’ultimo che l’astensionista rimanga un soggetto passivo, un rassegnato sul divano da compatire nei talk show e ignorare nelle aule parlamentari. La loro più grande paura non è che l’opposizione faccia l’opposizione – cosa che peraltro non accade quasi mai. La loro vera apocalisse è che chi ha smesso di credere alle loro balle decida di organizzarsi e presentargli il conto. Tutti insieme.

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