L’eterno ritorno del “Caso Tortora”: Se la giustizia non impara dai propri errori

Tempo di lettura: 3 minuti
Domenico Panetta
Seguimi

L’editoriale del direttore
Quarant’anni non sono bastati. Non è bastato il volto scavato di Enzo Tortora, non sono bastate le sue manette mostrate in favore di camera, né il calvario di un uomo perbene triturato da un meccanismo infernale alimentato dal narcisismo giudiziario e dal servilismo mediatico. Oggi, mentre il dibattito si riaccende prepotentemente sul caso di Alberto Stasi, l’inquietante sensazione di déjà-vu si trasforma in una amara certezza: la lezione non è stata imparata.

Il principio cardine del nostro ordinamento, quel “oltre ogni ragionevole dubbio”, sembra essere diventato un orpello retorico, una formula di rito da citare nei manuali ma da dimenticare nelle aule di tribunale. Perché se c’è una cosa che emerge con forza prepotente da undici anni di detenzione e da una vicenda processuale labirintica, è proprio la mancanza di quella “ragionevolezza” che dovrebbe separare una condanna da un’ipotesi.

Pubblicità Elettorale

Ci si chiede come un uomo possa essere considerato colpevole “oltre ogni dubbio” quando per arrivare a quella conclusione sono stati necessari anni di processi a fasi alterne, perizie contrastanti e continui ribaltamenti di fronte. In questo scenario, l’assenza di una prova regina e la fragilità di un castello accusatorio costruito su interpretazioni soggettive rendono la condanna un atto di fede più che di diritto. La memoria corta della magistratura è evidente: il sacrificio di Tortora doveva essere lo spartiacque per una reale responsabilità civile e per una maggiore cautela, ma è rimasto, invece, un monito tragicamente inascoltato.

Spazio pubblicitario elettorale

Il vero dramma non risiede solo nel possibile errore giudiziario, ma nell’incapacità del sistema di ammettere che, quando la prova non è granitica, lo Stato deve avere il coraggio di assolvere. La sete di trovare un colpevole a tutti i costi per placare l’opinione pubblica finisce per sacrificare sull’altare della “giustizia sommaria” il diritto alla presunzione di innocenza. Il dubbio dovrebbe rappresentare l’inizio della sapienza e la salvaguardia del cittadino, ma per certi settori della magistratura sembra essere diventato solo un ostacolo fastidioso da abbattere con sentenze che sanno più di scommessa che di certezza scientifica.

Se Alberto Stasi è oggi un uomo che grida la sua innocenza dopo aver scontato gran parte della pena in un contesto di incertezza totale, il fallimento non è solo suo, ma di un intero apparato che non ha saputo fare tesoro delle proprie vergogne passate. Finché la cultura del sospetto prevarrà sulla cultura della prova e finché il sentimento comune peserà più dei fatti oggettivi, continueremo a produrre casi Tortora in serie. Cambiano i nomi e cambiano i volti, ma il vizio di fondo resta lo stesso: una giustizia che, per non ammettere di non sapere, preferisce colpire nel mucchio, calpestando l’unico vero baluardo tra la civiltà e la barbarie giudiziaria.

siamo in via XX settembre 3- Cassino
Condividi l'articolo!