Tempo di lettura: 3 minuti
Domenico Panetta
Seguimi

Mentre gli agricoltori del basso Lazio provano a fare i conti con bilanci sempre più esangui, all’ombra del Consorzio di Bonifica Valle del Liri si addensano nubi cariche di interrogativi. Al centro della bufera c’è una gestione che sembra viaggiare su due binari paralleli e opposti: da un lato il rigore imposto ai contribuenti, dall’altro una generosità nelle assunzioni che profuma di “vecchia politica”.

Il punto di partenza è un dato che ha già fatto saltare sulla sedia gli addetti ai lavori: il raddoppio delle tariffe di irrigazione per il biennio 2024/2025. Una batosta giustificata dai vertici dell’ente con la necessità impellente di coprire i costi di gestione. Tuttavia, la narrazione del “sacrificio necessario” si scontra violentemente con i contenuti della delibera n. 283 del 30 dicembre 2025.

Il documento, avente per oggetto la convenzione per l’affidamento della realizzazione, gestione e manutenzione delle opere, mette nero su bianco l’assunzione a tempo determinato di 21 operai, tra generici e specializzati. L’impegno economico? Ben 356.685,39 euro.

La prima domanda sorge spontanea: come può un ente commissariato dal lontano 2017 – ufficialmente per risanare i conti e riportare l’equilibrio – permettersi uno sborso di tale portata proprio mentre chiede agli utenti di raddoppiare i propri contributi per sopravvivere?

Se la situazione economica è così critica da giustificare l’aumento delle tariffe, dove si attinge per finanziare nuove ondate di contratti a termine?

Scavando tra le pieghe della delibera, emerge un dettaglio che definire “coincidenza” appare quantomeno generoso. Tra i nuovi assunti figurano nomi provenienti da Terracina, Sezze e Priverno, chiamati a ricoprire ruoli per la loro presunta alta specializzazione.

L’interrogativo qui diventa territoriale: è mai possibile che in un comprensorio vasto come quello del Valle del Liri non esistano figure professionali idonee, costringendo l’ente a pescare così lontano?

Secondo indiscrezioni raccolte da fonti ben informate, dietro queste scelte chilometriche potrebbero nascondersi rapporti di parentela o affinità con vertici e quadri dello stesso Consorzio. Se queste voci trovassero conferma, ci troveremmo di fronte a un caso di “Parentopoli” di proporzioni allarmanti.

La trasparenza delle modalità di reclutamento finisce così sotto la lente d’ingrandimento:

• Quali sono stati i criteri di selezione?

• Esisteva un bando pubblico con criteri di prossimità territoriale?

• È stata verificata l’eventuale incompatibilità o il conflitto di interessi?

Il commissariamento infinito, che dura ormai da nove anni, sembra aver creato una sorta di “bolla” amministrativa sganciata dal controllo diretto del territorio. Appare ormai improrogabile l’elezione di un rappresentante del territorio che possa riportare la gestione alla normalità democratica e, soprattutto, alla meritocrazia.

Quelli che abbiamo posto sono interrogativi legittimi che i contribuenti sollevano con forza. Risposte chiare sono dovute, perché il sospetto che i sacrifici degli agricoltori servano a finanziare “corsie preferenziali” per pochi eletti è un’ombra che il Consorzio non può permettersi di ignorare.

Condividi l'articolo!