Elezioni Provinciali: Se la leadership non ha genere, il merito non accetta quote

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Domenico Panetta
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L’analisi / Dietro il caso delle “zero elette” si cela una verità politica scomoda: il consenso non è un atto di cortesia, ma il frutto di una rete di autorevolezza che stavolta è mancata.

Perdonate la nostra schiettezza, ma siamo abituati così. Non avendo nessuno a dettarci la linea editoriale, ci permettiamo il lusso di dire le cose come stanno realmente, usando l’obiettività come unico filtro. Senza filtri e senza padroni.

di Domenico Panetta

Si sono concluse da pochi giorni le operazioni di voto per il rinnovo del Consiglio Provinciale. Il verdetto delle urne è ormai noto, ma a far discutere – sollevando il consueto polverone mediatico – è un dato specifico: l’assenza totale di donne tra gli eletti.

Il riflesso condizionato di una certa opinione pubblica è stato immediato: gridare allo scandalo, invocare la parità tradita, parlare di un “passo indietro” per il territorio. Ma, a mente fredda, verrebbe subito da rispondere con una domanda provocatoria: e quindi?

Il merito va oltre la “Par Condicio”. Se da anni il dibattito pubblico è centrato sulla parità di genere, ciò non significa che l’elezione debba trasformarsi in una spartizione matematica per par condicio. Un seggio non è un risarcimento sociale, né un posto riservato per diritto di nascita o di genere.

Il ruolo politico si fonda sul merito. Essere eletti, specialmente in un sistema di secondo livello (dove a votare sono sindaci e consiglieri), significa aver costruito nel tempo una rete di autorevolezza credibile, abbinata a una struttura di partito solida. È questo binomio che genera i voti necessari. Se le candidate non sono state elette, è perché, evidentemente, questo processo di costruzione del consenso non è giunto a compimento.

Leadership contro Strumentalizzazione che partita! Nonostante il dato possa destare meraviglia dal punto di vista statistico o d’opinione, l’analisi politica deve restare ancorata alla realtà dei fatti. Il meccanismo elettorale non cambia la sostanza: che a votare sia il popolo o che siano gli amministratori locali, il risultato è lo specchio della leadership espressa sul campo.

“Se non crei una leadership forte durante la consiliatura, non ottieni i voti. La politica non fa sconti e non accetta scorciatoie emotive.”

Quello che è emerso dalle urne è l’espressione di una volontà politica chiara. Tutto il resto – le lamentele sulla scarsa rappresentanza femminile o i processi alle intenzioni – appartiene alla sfera della strumentalizzazione. È un tipo di analisi che non ci appartiene, perché non ha nulla di politico, ma molto di retorico.

Bisogna avere la franchezza di ammettere che la politica è fatta di pesi e contrappesi, di presenza sul territorio e di capacità di sintesi. Se la composizione del nuovo Consiglio è interamente maschile, la colpa non è del sistema, ma di una proposta che, in questa tornata, non ha saputo imporsi. La parità si costruisce con l’impegno e la competenza, non con il vittimismo post-elettorale.

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