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Il Graffio del direttore
Due artisti italiani usarono l’arte per fare ciò che nessun giornalista osava: nominare il potere. Uno lo scrisse — “io so i nomi.” L’altro lo cantò. Entrambi morirono giovani. In entrambi i casi, le indagini si chiusero in fretta.
Pier Paolo Pasolini e Rino Gaetano. Ma i due casi non sono equiparabili: per uno esiste un depistaggio documentato. Per l’altro, solo coincidenze suggestive — da trattare come tali, senza trasformarle in certezze.

Novembre 1974: Pasolini pubblica sul Corriere il suo atto d’accusa più celebre — “io so i nomi dei responsabili delle stragi, ma non ho le prove.” In quegli anni stava scrivendo “Petrolio,” un’inchiesta narrativa sul potere e sull’ENI. Un capitolo, “Lampi sull’ENI,” sparì dal manoscritto dopo la sua morte. Nel 2010 fu Marcello Dell’Utri — poi condannato per mafia — ad annunciare di possederlo. Non lo mostrò mai.

Pochi mesi dopo aver detto “io so i nomi,” Pasolini fu trovato ucciso all’Idroscalo di Ostia. La versione ufficiale: un solo aggressore diciassettenne. Ma il corpo presentava lesioni difficili da spiegare con un aggressore solo. Trent’anni dopo, Pelosi ritrattò, parlando di più persone coinvolte. Le indagini vennero riaperte — e richiuse di nuovo.
Rino Gaetano, in “Nuntereggae più,” elencava nomi e cognomi del potere su una base allegra. Qui la distinzione è d’obbligo: la tesi dell’omicidio poggia su coincidenze, non su prove, e la sua stessa famiglia ha smentito la leggenda del rifiuto negli ospedali. Resta un fatto oggettivo: dieci anni prima di morire aveva scritto di un uomo che muore in un incidente notturno, respinto dagli ospedali — una premonizione inquietante, nulla di più verificabile.
La domanda giusta forse non è chi li ha uccisi. È perché, in Italia, ogni volta che un artista nomina il potere e poi muore, lo Stato archivia in fretta invece di indagare a fondo.







