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Circa un anno fa ho intervistato Panzuto, uno dei tanti collaboratori di giustizia che ho incontrato nel mio percorso. Ma quella giornata è rimasta impressa nella mia memoria per un dettaglio insolito, avvenuto a microfoni spenti, che racconta molto della psicologia e del passato di chi ha vissuto certi contesti.
Al termine dell’intervista, Panzuto mi chiese se fosse possibile accompagnarlo alla Torretta, il suo quartiere. Arrivati alla macchina, aprii la portiera anteriore per farlo salire, ma lui si fermò e mi chiese, quasi con esitazione, di potersi accomodare sul sedile posteriore.
Dopo i primi minuti di silenzio durante il tragitto, fu lui a rompere il ghiaccio, spiegandomi il motivo di quella strana richiesta: “Non è una mancanza di rispetto verso di te… ma un tempo, quando volevamo ammazzare qualcuno, lo facevamo salire davanti. Chi era seduto dietro lo giustiziava con un colpo alla nuca. Scusami, ma te l’ho chiesto d’istinto.”
In quel momento, la realtà cruda di una vita passata tra agguati e sospetti è entrata prepotentemente nell’abitacolo. Ho smorzato la tensione con un sorriso: “Basta che non spari, per me va bene così…”
Di Domenico Panetta
Cronaca – Si chiudono nuovamente le porte del carcere per Gennaro Panzuto, noto alle cronache criminali come “Genny o’ terremoto”. L’ex killer dell’Alleanza di Secondigliano, poi diventato collaboratore di giustizia e figura di spicco sui social, è stato arrestato sabato scorso dagli uomini della Squadra Mobile di Napoli.
Panzuto è stato rintracciato e catturato in provincia di Frosinone. Il provvedimento, emesso dalla Procura Generale della Repubblica di Napoli, riguarda un residuo di pena di 8 anni e 6 mesi di reclusione per reati connessi al traffico di sostanze stupefacenti. Un ritorno dietro le sbarre che arriva dopo un lungo periodo di libertà, durante il quale Panzuto aveva cercato di ricostruirsi un’immagine pubblica radicalmente diversa da quella del passato.

Negli ultimi anni, infatti, Panzuto era diventato un volto noto del web. Attraverso i suoi canali social, vestendo i panni dell’influencer della legalità, lanciava continui appelli ai giovanissimi, esortandoli a non farsi sedurre dal fascino perverso della criminalità organizzata. “La camorra è solo morte o carcere”, ripeteva spesso nei suoi video, cercando di smitizzare quel mondo di cui lui stesso, per anni, era stato un protagonista spietato.
L’ARCHIVIO – L’intervista esclusiva alla nostra redazione clicca qui
Proprio due anni fa, Gennaro Panzuto fu ospite della nostra redazione per un’intervista intensa e senza filtri, in cui ripercorse la sua ascesa criminale e il successivo pentimento.
«Al 41 bis capisci che hai perso tutto». Durante l’incontro, Panzuto descrisse con estrema lucidità la sua scalata ai vertici dei clan napoletani, ma si soffermò soprattutto sulla durezza della detenzione in regime di carcere duro. «Il 41 bis non è come lo descrivono nei film; è il vuoto assoluto, è il momento in cui i conti con la tua coscienza arrivano tutti insieme», raccontò ai nostri microfoni.
Nell’intervista, l’ex killer spiegò come la scelta di collaborare con lo Stato fosse nata non solo per un calcolo procedurale, ma per una reale necessità di recidere i legami con un sistema che “divora i suoi stessi figli”. Nonostante il suo impegno pubblico nel sociale degli ultimi tempi, la giustizia ha presentato il conto per i reati pregressi.






